Diffamazione, cinque articoli che sanno di censura

Il testo che è passato al Senato mira al cuore delle notizie. Sanzioni fino a 50 mila euro, smentita entro due giorni senza la garanzia che il ricorrente possa andare comunque dal giudice. E diritto all'oblio indiscriminato per il web.

C'e' solo da augurarsi che, com'è avvenuto da tre legislature a oggi per tutte le leggi che hanno tentato di mettere mano alla diffamazione, anche questa volta la politica fallisca nel suo tentativo di mettere il bavaglio alla stampa. Ogni tipo di media, giornali di carta, giornali online, inevitabilmente anche i blog, news in tv, libri. Niente deve sfuggire al controllo occhiuto della politica, quella con la "p" minuscola ovviamente, quella che ha paura dell'informazione, delle denunce, della verità. 

E allora ecco l'ennesimo tentativo di mettere la museruola ai giornalisti. Il testo in 5 articoli che è passato al Senato mira diritto al cuore delle notizie. Per una previsione assurda (e per la verità applicata solo per cecità dei giudici) come il carcere, che viene eliminata, si alza il tetto delle multe fino a diecimila euro per una diffamazione semplice e da 10 a 50 mila per una diffamazione "avvenuta con la consapevolezza della falsità", come se davvero ci fossero in giro solo cronisti che deliberatamente cercano di mettere in giro notizie false. Per carità, qualcuno ce ne sarà pure, vedi le famose "macchine del fango" scatenate contro Boffo, contro Boccassini, contro Mesiano (il giudice della causa civile Fininvest versus Mondadori "colpevole" di indossare di prima mattina dei calzini azzurri e soprattutto di aver condannato l'azienda di Berlusconi). Ma queste sono eccezioni in un mondo sano, e che sta pagando pesantemente il prezzo della crisi sulla pelle di tanti giornalisti. Una multa da 50mila euro rappresenta molto più dello stipendio di un anno di un redattore. Una multa così porta necessariamente con sé la censura o peggio l'autocensura. 

Ma ci fermassimo qui sarebbe oro. Il prezzo del carcere eliminato si paga con la gabbia carceraria delle nuove rettifiche. "Senza commento, senza risposta, senza titolo". Così la legge impone che siano. Qualcuno smentisce quello che hai scritto e tu devi piazzare in pagina e sul tuo sito la smentita senza poter dire, come oggi, neppure un "mah"...Niente, tutti dovranno attenersi a questa regola. Che ha perfino un time limit: tutto va pubblicato "non oltre due giorni dalla ricezione della richiesta". Ci si aspetterebbe almeno che una norma così rigida comportasse se non altro la garanzia che, una volta pubblicata la rettifica, il soggetto in questione non presenti anche querela o una richiesta di risarcimento danni. Ma questa garanzia, a vantaggio della stampa, non è stata prevista. Sarà un caso? Sicuramente no. 

In compenso, è previsto che se la rettifica non è stata pubblicata come vuole il presunto diffamato si apra la via del ricorso al giudice. Il quale può accogliere l'istanza e ordinare non solo la pubblicazione, ma anche irrogare una sanzione amministrativa e, non contento, mandare pure le carte all'ordine professionale "per le determinazioni di competenza". Stiamo parlando dell'avvio della procedura per una possibile sospensione del collega per alcuni mesi. Di tutto questo il maggiore responsabile sarà il direttore della testata, che diventa l'ombrello di tutti i possibili ricorsi, non solo per gli articoli firmati, ma anche per quelli anonimi. Né ci si può consolare con l'introduzione delle querele temerarie. L'emendamento del Pd Casson, buono in sé, è stato stravolto nella discussione in aula al Senato e ne è venuto fuori un mostriciattolo, in cui il giudice non avrà il potere di punire economicamente chi presenta una richiesta di danni del tutto esorbitante. 

Lo spirito chiaramente punitivo contro la stampa del disegno di legge sulla diffamazione, un prodotto parlamentare che non fa capo al governo Renzi, ma che certo il governo non ha fermato o tentato di cambiare durante la discussione prima alla Camera e poi al Senato, si vede laddove, all'articolo 3, viene introdotto anche il principio del diritto all'oblio. "L'interessato può chiedere l'eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori dei dati personali trattati in violazione delle disposizioni di legge". Di peso, senza una discussione preventiva, in una legge che dovrebbe parlare solo di diffamazione e non di gestione delle notizie sul web, viene inserito un principio che fa discutere e che è sbagliato risolvere in un articolo di tre commi. Basti pensare a quale contenzioso da paura si crea con una simile disposizione, migliaia di richieste di cancellazione di articoli, un danno epocale alla storia dell'informazione. Chissà quante notizie scomode finiranno nel cestino grazie a questa legge. 

Quindi non c'è che augurarsi solo un futuro: una prossima riflessione profonda alla Camera che cambi il testo completamente.
[fonte rep.ca]

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