Nel futuro sfrutteremo i minerali presenti sugli asteroidi e sulla Luna

«Il futuro dell’esplorazione spaziale? E’ certamente rivolto all’esplorazione e allo sfruttamento delle risorse minerarie degli asteroidi e della Luna». Lo afferma Arthur Dula, dell’Università di Houston Law Center, autore di un rapporto di 340 pagine, ormai quasi concluso, realizzato per l’Accademia Internazionale di Astronautica (IAA), che ha organizzato a Torino, in collaborazione con il Politecnico e il Centro Spaziale ALTEC, una “tre giorni” dedicata al futuro dell’astronautica: la nona edizione del Congresso Internazionale sul Futuro dell’Esplorazione Spaziale. 

Il simposio, iniziato ieri e che proseguirà per tutta la giornata di domani, vedrà in tutto 47 interventi e due tavole rotonde con esperti di esplorazione spaziale provenienti da molte nazioni. Folta la partecipazione asiatica, con cinesi, giapponesi e indiani a parlare di presente e futuro delle loro imprese spaziali. 

Robot e astronauti verso gli asteroidi  
«Nei prossimi anni, come già è stato fatto - spiega Art Dula, anticipando i contenuti del documento di cui è autore principale con la collaborazione di altri esperti - verranno inviate nuove sonde robotizzate verso gli asteroidi, per recuperare molte delle preziose risorse minerarie. Stessa cosa avverrà sulla Luna. Vi sono molte aziende, enti e centri di ricerca che hanno capito che, al di là del fattore scientifico, vi sono molti interessi anche commerciali per l’esplorazione di questi corpi celesti». 

«La stessa missione Asteroid Direct Mission - aggiunge Dula - che la NASA intende realizzare nel 2025 e che prevede l’invio di astronauti verso un grande frammento di asteroide con la nuova navicella Orion, guarda in questa direzione ed è la conferma di quanto interesse vi sia attorno a questi corpi minori, e soprattutto verso la Luna». 

E Marte? E’ da qualche tempo l’obiettivo principale della nuova corsa allo spazio: «Ma è un obiettivo lontano - aggiunge l’italiano Giuseppe Reibaldi, una carriera all’ESA in Olanda, ora Responsabile del Settore Voli Abitati dell’Accademia - Parlare di Marte nel 2030 è in questo momento prematuro. Per arrivare su Marte ci vorrà molto tempo; è necessario prendere in seria considerazione, in tempi brevi, un progetto concreto e soprattutto sostenibile. In questo momento è la Luna, più vicina a noi, un obiettivo più concreto, per costruirvi una base. Un’idea che potrà avere dei pro e dei contro, ma noi, come Accademia, abbiamo la possibilità e il dovere di confrontarci per capire come e quando tornare sulla Luna». 

Cina vicina alla Luna. Ma Marte è nel mirino  
«A proposito di Luna - aggiunge Reibaldi - si stanno avviando a farlo i cinesi, che dopo aver realizzato la loro stazione spaziale punteranno verso il nostro satellite naturale. E quindi è importante che gli Stati Uniti e i loro maggiori partner, compresi noi europei, valutino questa possibilità che è concreta». A Torino ne parlano Q. Wang e J. Liu, che illustreranno, domani, la missione della sonda Chang’e 4, e le nuove sfide lunari dell’agenzia cinese CNSA. 

Ma Marte resta sempre un grande obiettivo, sia pure lontano. E in questo ambito, a proposito di rapporti di 300 pagine, c’è quello di Giancarlo Genta, professore del Politecnico di Torino e membro dell’Accademia IAA, che ha preparato un documento che poi verrà proposto alle maggiori agenzie spaziali. Il tema: “Come arrivare su Marte con astronauti”. «L’obiettivo di questo simposio - dice Genta, che è stato anche organizzatore delle precedenti edizioni - è guardare al futuro dell’esplorazione dello spazio. Affronteremo il tema del futuro nello spazio, oltre la Stazione Spaziale. In particolare per la missione su Marte con astronauti, fattibile per gli anni attorno al 2030, ma solo con progetti di cooperazione spaziale che devono iniziare subito. E’ possibile che, così come già avviene oggi per le prossime missioni verso l’orbita terrestre, alla Stazione Spaziale, si inseriscano società private per progetti, seri e concreti, di arrivo su Marte con astronauti». 

L’Italia protagonista  
«E’ importante dare nuovo impulso alle nostre attività spaziali - aggiunge il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, il fisico Roberto Battiston - perché disponiamo di grandi realtà e potenzialità. Come il Centro Multifunzionale ALTEC, che ospita parte del simposio: un centro di eccellenza che va valorizzato al massimo per le sue potenzialità, sia per seguire le attività degli astronauti sulla Stazione Spaziale, sia come centro di terra che seguirà la missione ExoMars, che prevede due sonde europee con molta tecnologia e scienza italiana, che andranno su Marte nel 2016 e 2018».  

Il menù spaziale  
I lavori del IX Simposio sull’Esplorazione Spaziale, sono stati anticipati lunedì da una conferenza dibattito sul cibo “spaziale”, dal titolo “La cucina italiana va in orbita”. Da quel panino portato “clandestinamente” sulla capsula Gemini 3 dall’astronauta John Young nel 1965 per sopperire alla scarsa qualità del cibo a bordo (prevalentemente tubetti con creme dal molto vago sapore di manzo e verdure), nel settore dell’alimentazione per gli astronauti si è fatta molta strada. E ora gli astronauti che vivono e lavorano sulla Stazione Spaziale Internazionale possono disporre, anche se non tutti i giorni, di un menù di buona qualità. E l’Italia non poteva mancare a questa nuova, grande sfida, e ne è protagonista, dal cibo al caffè, compresa l’acqua potabile. 

Il primo italiano nello spazio  
Presente, al simposio, anche l’astronauta italiano Franco Malerba, il primo italiano a volare tra le stelle: era il 1992, e Malerba, che già nel 1977 fu selezionato dall’ESA come uno dei primi europei candidati ai voli Spacelab, prese parte ad una missione dello shuttle della NASA: «La mia missione sullo shuttle Atlantis del 1992 - sottolinea l’astronauta italiano - in qualche modo si collega alle tematiche del simposio, perché realizzammo un esperimento pionieristico, che in qualche modo guardava al futuro: come produrre energia elettrica nello spazio in modo gratuito, tramite il “satellite al guinzaglio” ideato e progettato in Italia. L’esperimento dimostrò che il cavo conduttore poteva produrre energia e convogliarla sullo shuttle. E’ un sistema innovativo, come molti altri che verranno presentati in questo convegno».  
[fonte lastampa]

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