Cali, il paradiso dei turisti dove si muore per una partita di domino

Una fra le più seducenti città colombiane è l'undicesima più pericolosa al mondo:  «Qui un uomo è stato ucciso per una Bibbia».

Cali potrebbe essere davvero la più seducente città colombiana, vuoi per la malia delle sue donne, rese sirene non solo dall'estro delle loro mamme e da una genetica clamorosa ma da esubero di silicone e dai bisturi dei migliori chirurghi plastici del continente, vuoi per la salsa, che Cali ha preso in comodato dai cubani e l'ha reinventata in una versione torrida, di intemperante sensualità - salsa dura o erotica, l'hanno ribattezzata. In questa città nessuno rinuncia a cantare, a ballare, a muovere il corpo con sinuosità che lasciano a bocca aperta gli stranieri. Il corpo delle caleñas pare massaggiato con la sciolina e ogni volta che si muovono, le loro curve slalomeggiano luciferine. Cali e così. Ammaliante, voluttuosa, libertina. E forse per questo incanta i turisti. Anche più di Cartagena e Bogotà. Ma dietro agli stereotipi, alle leggende e alle icone, c'è l'altra Cali, quella che la polizia fatica a contrastare, quella che trasforma questo apparente paradiso nell'undicesima città piu' insidiosa del pianeta, quella che uccide, ruba, estorce, scopolamizza, sicarizza, senza nessuna pietà. Prima che i caleños scoprissero la salsa dei cubani in questa città era egemone un cartello di narcotrafficanti secondo solo a quello di Pablo Escobar. Quello dei fratelli Orejuela, di José Santacruz Londoño, di Víctor Patiño Fómeque e di Hélmer "Pacho" Herrera, che nel barrio di Granada costruì un grattacielo proprio a ridosso dell'ostello in cui ho vissuto per un mese, un "capriccio" sibarita in cui non affittano appartamenti ma i piani del palazzo. E quella mentalità mafiosa che permeava i capi del cartello e i loro gregari, il loro modo brutale di dirimere le controversie e di risolvere le grane quotidiane è rimasto nel DNA di molti caleños che se devono contestare qualcosa a un vicino o litigare per un parcheggio preferiscono accantonare i discorsi e risolvere il problema brandendo un arma o facendo scattare la lama di un coltello. Come se le parole (e il buon senso) in questa città contassero come la bava delle lumache. Cali è ammaliante, voluttuosa e libertina, ma solo per i turisti che si trattengono tre giorni e poi partono per l'Eje Cafetero. Per chi ci vive è una città spietata e ferocemente individualista. Dove non c'è nessun rispetto per il tuo vicino e dove una vita umana vale meno di un Blackberry di seconda mano. Su 1720 omicidi commessi tra gennaio e il 18 dicembre 2011, quasi la meta' sono stati originati da vendette, liti, discussioni degenerate, a volte addirittura da un "piropo" inopportuno.

Edubar Arango e' un imprenditore chocoano che vive tra Cali e Miami. Quando gli confido che ho abitato per tre settimane ad Aguablanca, la parte di Cali che comprende i barrios più famigerati - Mojica, Potrero Grande, Mariano Ramos, Manuela Beltran - mi guarda come se appiccicato al collo avessi il culo di una venere ottentotta . «Tu sei tutto matto». Gli spiego che nel barrio di Marroquin II vive la mia compagna. «Portala via da lì e trovale un'altra casa. O sennò incontrala in un hotel del centro. Questa non è Berna, è una delle città più pericolose del mondo. Oggi lo leggi sui giornali, domani sui giornali ci finisci tu e ti assicuro, non sarà bello». E aggiunge: «A me preoccupa moltissimo l'inseguridad di Cali, moltissimo credimi, perché Cali è pericolosa aldilà di ogni immaginazione. Io quando esco vado a mangiare solo nei ristoranti di Centenario e di Granada perché so che lì non mi capiterà niente di sgradevole, ma a Juanchito (N.d.A. è la zona delle discoteche di pura salsa e dei motels, molto vicina a dove ho abitato), a Juanchito no voy, ni porque me paguen». E mi racconta che in un barrio vicino a dove vive la mia compagna, Antonio Nariño, un uomo é stato assassinato per una partita di domino. «Doveva cento pesos a chi l'aveva sconfitto, meno di cinquanta centesimi. Non li aveva, l'altro gli ha sparato in faccia».

Mauricio Gonzales, il direttore multimediale del quotidiano "El Pais", mi racconta una storia ancora piu' atroce. Lo stesso giorno in cui succedeva questa tragedia in un altro barrio di Cali un uomo fu trasformato in una torcia umana per non aver restituito una Bibbia. «Gli gettarono addosso della benzina e gli diedero fuoco. Sopravvisse per miracolo». Oggi sono stato in un centro commerciale del barrio di Calima, un barrio popolare che non rientra nella fascia dei barrios a rischio. Dovevo riscuotere dei soldi da una filiale di Moneygram (a proposito, se venite in Colombia evitate Moneygram come si evitano le pozzanghere, perché per riscuotere il vostro denaro vi faranno fare cose inimmaginabili - altro che portare vivo a Micene Cerbero) e un vigilante mi racconta di un uomo assassinato a sangue freddo solo perché chiese a un ragazzino di non fumargli davanti a casa sua. Sembrano tutte storie inventate, incubi da "Sin City", invece a Cali accadono quasi tutti i giorni. La rabbia che si percepisce in certi barrios ha la concretezza di uno schiaffo, ha una tattilita' che sconcerta, non la intuisci, ci sbatti contro.

La prima sera che dormì a Marroquin II mi affacciai da una finestra per scattare delle foto. Sotto, sostavano quattro ragazzi - il più grande non aveva piu' di 14 anni e si pavoneggiava davanti agli altri mostrando un serramanico, una navaja, con cinquanta centimetri di lama. In quel mentre esce da una casa in cui fino a quel momento si era cantato e pregato in maniera indiavolata un predicatore evangelista. Vede il ragazzo e il suo coltello e gli chiede se sta partendo per la guerra. Il ragazzo gli risponde che lo tiene solo per difendersi. Due giorni dopo la lama di quel coltello per poco non mozza l'orecchio di un ragazzino di tredici anni. Che di offensivo non aveva assolutamente nulla.

C'e' un collegio a Cali, il Jose Maria Carbonell dove fino a qualche anno fa le risse tra studenti erano all'ordine del giorno. In aula, in strada, nei giardini. A quel punto il rettore reagisce. Sceglie fra i suoi studenti cinquanta ragazzi a cui chiede di fare da mediatori, di intervenire a dirimere le liti che scoppiano fra i loro coetanei. I ragazzi frequentano un corso dove imparono comunicazione, psicologia, diritti umani. E ogni volta che scoppia un alterco, convincono i litiganti a desistere e a firmare un atto in cui si impegnano a non aggredire. Da quando i mediatori vegliano sul collegio, al Carbonell le risse sono praticamente scomparse. Il sindaco della città, Rodrigo Guerrero, ha deciso di esportare il metodo "Carbonell" in tutte le altre scuole. «Forse - ha dichiarato in una recente intervista - non abbasseremo il tasso di omicidi che insanguina la nostra città, ma sicuramente possiamo aiutare le nuove generazioni a essere piu' tolleranti e a scrollarsi di dosso questa rabbia e questa assurda intolleranza che avvelenano Cali».
[fonte lastampa]

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