Musica, la bufala delle major

Dietro l'attacco mondiale delle lobby a chi si scambia brani su Internet ci sono cifre montate ad arte, che servono solo a mantenere il monopolio. Però i governi ci cascano e si mettono a chiudere siti e imporre leggi repressive. Con l'unico risultato di criminalizzare inutilmente gli internauti.

Dall'America all'Europa, le lobby della musica e dei video negli ultimi mesi sono scatenate contro i 'pirati'. E ottengono risultati tra i politici e i governi che ne subiscono le pressioni: si chiudono alcuni siti (Megaupload e Megavideo), si inibisce l'accesso ad altri (Pirate Bay e Grooveshark), si varano norme internazionali (come l'Acta), si ottengono delibere come quella italiana di Agcom, e così via.

Una guerra che si gioca sui numeri: secondo la Federazione Internazionale dell'Industria Fonografica (Ifpi) il danno da pirateria sarebbe di 240 miliardi nella sola Europa tra il 2008 e il 2015, cui va aggiunta la perdita di 1,2 milioni di posti di lavoro. Secondo Fatav (Federazione antipirateria dell'audiovisivo) il loro danno annuale sarebbe di 500-600 milioni, musica esclusa.

Dati «assolutamente scientifici e trasparenti», dice all'Espresso il segretario generale Anica, Lamberto Mancini. «Niente affatto», replica l'economista della Washington University, Michele Boldrin, «per una ragione che sanno anche i sassi: sono cifre a cui si arriva immaginando che chi ha ascoltato musica scambiandola con altri via internet senza il download l'avrebbe comprata, ai prezzi di monopolio di circa 20 euro per cd che le compagnie musicali impongono grazie al copyright».

In altre parole, argomenta Boldrin, autore insieme con David Levine di un recente volume intitolato 'Abolire la proprietà intellettuale', gli studi assumono che scambiarsi dieci dischi via Internet significhi che avremmo speso 200 euro per acquistare le copie scambiate. Ma ciò «vuol dire non capire che, lungo la curva di domanda, la quantità acquistata aumenta al diminuire del prezzo. La qual cosa, per un monopolista, è mancanza grave».

Quanto ai posti di lavoro, «di nuovo, a sono una fantasia perché, appunto, ai prezzi a cui l'industria vende solo una frazione delle copie che la gente si è liberamente scambiata sarebbe stata acquistata». E, infine, «l'Ifpi si scorda che anche l'industria che loro chiamano 'pirata' genera posti di lavoro: meno costosi e più efficienti di quelli dell'industria monopolistica, ma sempre posti di lavoro sono», conclude Boldrin.

Obiezioni che agli addetti ai lavori suonano tutt'altro che nuove.
A fare il punto era stato infatti un saggio di Marco Scialdone e Paolo Brini pubblicato in un 'Libro bianco' sul diritto d'autore online già a giugno 2011. Scorrendo la letteratura scientifica in materia di violazione del copyright prive di scopo di lucro, e analizzando il modo in cui sono stati ottenuti i dati sbandierati dalle major, gli autori hanno concluso che non vi siano solide argomentazioni per dimostrare il nesso tra copia e mancata vendita, così come tra scaricamento illegale e danno all'economia globale.

Anzi, le violazioni di massa arrecherebbero benefici economici e creativi agli artisti - che è esattamente quanto argomenta, ricorrendo alla storia di brevetti e diritto d'autore e alla teoria economica - il volume di Boldrin e Levine. L'idea insomma è che gli allarmi siano basati su studi commissionati dalle major stesse, e quindi non credibili - oltre che condotti con metodi non affidabili. Come ha concluso un recente rapporto indipendente consegnato al premier britannico David Cameron, «dov'è la trasparenza negli studi sulla pirateria?»

Ma l'industria dell'intrattenimento non fa una piega. Scialdone, responsabile del team legale di Agorà Digitale, ricordando le reazioni ottenute al suo lavoro spiega: «Hanno detto che quelli da noi citati erano studi screditati. Ma per esempio tra chi ha finanziato quello della fondazione Einaudi, menzionato nel saggio, ci sono i big dell'industria dell'intrattenimento. Quindi si sono screditati da soli?»

Interpellato in proposito, il direttore di Confindustria Cultura, Fabio Del Giudice, risponde spostando il livello della discussione: «Ciò che realmente conta è la premessa che sta a monte degli studi. E cioè che la pirateria si riferisce a comportamenti non legalmente consentiti». Dunque, «che si discuta sugli effetti positivi o negativi di un comportamento che per definizione è illecito è secondario. In primo luogo vorremmo che, come per qualunque comportamento illecito per legge, ci fosse un comportamento di contrasto adeguato».
 
Quanto ai numeri, secondo Del Giudice va osservato «un dato di fatto: se prendiamo la musica, il settore più maturo dal punto di vista digitale, prima e dopo l'avvento del digitale, vediamo che i numeri non mentono e sono disarmanti».

Di nuovo i numeri. E di nuovo, Boldrin li contesta. «Negli ultimi anni le vendite totali dell'industria della musica mondiale dicono questo: 60,7 miliardi di dollari nel 2006, 61,5 miliardi nel 2007, 62, 6 nel 2008, 65 tondi nel 2009, 66,4 nel 2010, 67,6 nel 2011. Dov'è il crollo?». Senza contare, aggiunge, che «sono calate le vendite dovute a cd e registrazioni e sono aumentate vertiginosamente quelle dovute a concerti dal vivo, gadget, pubblicità e così via. Che è esattamente cio' che David Levine e io avevamo previsto 12 anni fa quando sostenemmo che, alla fine, Napster era una buona cosa perché altro non faceva che rendere usabile una nuova tecnologia che rendeva meno costoso riprodurre e distribuire musica».

Per Boldrin e Levine la soluzione è giungere gradualmente all'abolizione del monopolio della proprietà intellettuale. Ma da questo punto di vista, come prevedibile, i diretti interessati non ci sentono. «Nessun commento su cose del genere», risponde Del Giudice. E quando gli si fa notare che l'atto d'accusa contenuto nel volume è ben argomentato, e proviene da due docenti di economia e non da pericolosi 'pirati', ricorre a una battuta: «Anche la teoria del complotto sull'11 settembre è ben argomentato. Anche il 'Codice Da Vinci' è ben argomentato. Possiamo argomentare molto bene qualsiasi teoria».

Certo, va incrementata l'offerta di download legale. E Anica, afferma Mancini, sta per lanciare il suo apposito portale italiano per il cinema. Ma è lo stesso Mancini a sottolineare che più importante è che si ritorni a discutere l'implementazione di norme più severe: «Siamo confidenti che la sensibilità del governo Monti possa riprendere in mano lo spirito della delibera Agcom nella sua prima stesura». Chi potrebbe appoggiare un simile progetto? «Lo Sviluppo Economico, per esempio. Perché qui si parla di un'industria, una in cui tra l'altro l'Italia eccelle. Ma anche Catricalà quando era all'Antitrust si è espresso più volte in maniera positiva sul fatto di cercare di controllare la pirateria. Adesso è il momento in cui volendo potrebbe farlo.» La politica, insomma, «non ceda al 'popolo della Rete'», conclude Mancini, «altrimenti a produrre i contenuti non ci sarà più nessuno».

Inutile sottolineare che uno studio sugli effetti della severissima Hadopi francese abbia dissuaso solamente il 15 per cento degli utilizzatori di servizi di file sharing, e che solo un terzo di questa risicata percentuale ammetta di aver cessato lo scaricamento illegale. Per Mancini «il modello di riferimento è la Francia, tra 5-10 anni l'Italia farà la fine della Francia». O dell'Inghilterra, dove i 70 mila visitatori del popolare sito musicale RnBXclusive.com si sono visti accogliere da un messaggio da stato di polizia: chi scarica illegalmente rischia «fino a dieci anni di prigione» e «multe illimitate».

L'alternativa ci sarebbe: il modello iTunes, in crescita con percentuali a doppia cifra da anni. Ma rinnovarsi, e comprendere a fondo le mutate abitudini di consumo dei cittadini nell'era di Internet, non è caratteristica tipica dei monopolisti. «Gli unici», afferma Boldrin, «a cui la pirateria fa male».
[fonte espresso]

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