Birmania al voto con San Suu Kyi: «Elezioni né libere né eque»

RANGOON - Domani alcuni milioni di birmani si recheranno alle urne per eleggere 48 deputati in uno dei rami del parlamento. Si tratta di elezioni suppletive. La novità straordinaria è che in una delle circoscrizioni si presenta Aung San Suu Kyi, la leader democratica e premio Nobel per la pace, assieme ad altri 46 esponenti della sua Lega Nazionale per la Democrazia.

È un evento incredibile se si pensa che fino al novembre 2010 Suu Kyi era ancora agli arresti domiciliari, una giunta di feroci militari governava con il pugno di ferro e centinaia di prigionieri politici languivano nelle tristi galere del Paese delle pagode.

Poi all’improvviso tutto è cambiato. La Lady è stata finalmente liberata dopo avere passato 15 degli ultimi 21 anni nel suo domicilio coatto. Si è insediato un governo civile pur a seguito di elezioni manipolate. Il nuovo presidente Thein Sein, ex generale, ha fatto aperture impensabili fino ad allora: liberazione dei prigionieri politici, allentamento della censura per i media, legalizzazione della Lega Nazionale per la Democrazia, accordi importanti con le minoranze etniche ancora armate. I meriti della nuova situazione sono anche di questo compassato ma coraggioso ex militare.

Ma la svolta in atto non si comprende se non si guarda alla personalità di Aung San Suu Kyi, la donna che con il suo coraggio e la coerenza ai principi della democrazia ha tenuto testa a una dittatura oscurantista. A spiegare la popolarità della Lady non basta la sua lotta ventennale, ma è necessario ricordare che è la figlia di Aung San, il padre dell’indipendenza nazionale e delle stesse Forze Armate birmane. Per questa ragione i generali non hanno potuto semplicemente uccidere Aung San Suu Kyi né schiaffarla in prigione buttando le chiavi, com’è avvenuto per gli studenti della rivolta dell’88, per i monaci della «rivoluzione zafferano» del 2007 o per i tanti leader della Lega Nazionale per la Democrazia.

Come Gandhi o Mandela, negli anni la «Signora» è diventata un simbolo irriducibile per tutti quelli che dentro e fuori dal suo Paese hanno a cuore la libertà della Birmania Il migliore «amico» del Myanmar, come si chiama oggi la Birmania, è il potente vicino cinese, che sta facendo affari d’oro in un Paese ricchissimo di materie prime. Al regime rozzo e autarchico, al contrario di quanto si pensa in Occidente, questa posizione di «preda» predestinata nei confronti dei cinesi non è mai piaciuta e lo stesso popolo birmano teme l’ingerenza politica ed economica della Cina.

Per questo il nuovo governo è desideroso di mostrare un nuovo volto e convincere l’Occidente a cancellare le sanzioni economiche ancora in vigore.

La Birmania sta forse definitivamente lasciandosi alle spalle un cinquantennio orribile nel quale la sua gente mite è stata oppressa e lasciata in una povertà inconcepibile, viste le potenzialità di sviluppo e la sua posizione strategica nel bel mezzo dell’Asia che cresce a ritmi da record. Se non ci saranno brogli, come i democratici temono, questa volta Aung San Suu Kyi e i suoi entreranno in parlamento. I comizi della Lady sono seguiti da folle oceaniche e plaudenti che riscoprono il gusto della libertà. Ma nel parlamento la maggioranza sarà comunque in mano al partito legato al governo.

Si aprirà una fase delicata, nella quale il presidente potrebbe cooptare in qualche modo i democratici offrendo persino incarichi di governo. D’altro canto apparirà chiaro a tutti che con elezioni generali libere sarebbe Aung San Suu Kyi e il suo partito a trionfare. Dietro le quinte rimangono però gli intoccabili generali che, per costituzione, possono intervenire e riportare indietro le lancette dell’orologio di questa nuova storia. Avvenne già nel ’90, dopo le elezioni vinte da Aung San Suu Kyi e cancellate con l’imposizione della legge marziale. Il pericolo di una reazione violenta è sempre possibile. La Birmania è solo ai primi passi della sua nuova storia e resta ancora una povertà diffusa, minoranze etniche armate, leggi arcaiche e violazioni patenti di diritti umani. Ma se ce la farà sarà grazie alla forza di questa donna eccezionale e alla sua incrollabile fede nella democrazia.
[fonte ilmessaggero]

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