Cassazione, la mafia ringrazia

La sentenza su Dell'Utri vorrebbe demolire il concorso esterno. Cioè il reato tipico dei politici e degli imprenditori che hanno agevolato la malavita organizzata pur senza farne parte. Uno dei fondamenti della battaglia di Falcone.

Manifestazioni di connivenza e collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono - eventualmente - realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili - a titolo concorsuale - nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa "convergenza di interessi" col potere mafioso... che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate a reprimerne le manifestazioni criminali".

Così scriveva Giovanni Falcone nella sentenza-ordinanza del processo "maxi-ter" a Cosa Nostra il 17 luglio 1987, plasmando la figura giuridica del concorso esterno in associazione mafiosa. Una bizzarria? No di certo. Il concorso esterno serve a definire il comportamento illecito di chi, pur non facendo parte dell'organizzazione criminale, se ne mette a disposizione e col suo contributo professionale la rafforza in uno scambio reciproco di favori. Reato tipico di medici, banchieri, commercialisti, impiegati, funzionari, agenti, 007, magistrati, avvocati, politici, imprenditori, sacerdoti al servizio di criminali organizzati.

La prima volta che la Cassazione consacrò la validità del concorso esterno fu nel lontano 1875 a proposito del brigantaggio, confermando le condanne emesse dai giudici di Palermo contro alcuni colletti bianchi legati a un clan di briganti. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, ai tempi del terrorismo, il concorso esterno fu impiegato nei processi alle Br. Intanto il pool di Palermo si imbatteva nei primi casi di borghesia mafiosa e cominciava ad applicarlo ai complici di Cosa Nostra: perlopiù esponenti del mondo delle professioni, perché dei politici i primi collaboratori di giustizia non volevano parlare (fuorché dei cugini Salvo e di Ciancimino, figure locali e tutt'altro che esterne, ma organiche alla mafia).

Nel 1984 Falcone chiese a Buscetta dei rapporti mafia-politica e quello rispose: "Dottore Falcone, se le dicessi determinate cose, finiremmo tutti e due al manicomio, io in quello criminale, lei in quello civile". Solo nel 1992, dopo Capaci e via d'Amelio, si decise a fare il nome di Andreotti (comunque processato per partecipazione diretta a Cosa Nostra, e dichiarato colpevole, ma prescritto fino al 1980). Da allora molti altri collaboratori parlarono di politici. I processi per concorso esterno dilagarono. E i giudici, che prima si contentavano di poco, innalzarono continuamente il livello di prova necessario per condannare un imputato eccellente, in una corsa al rialzo che non è mai finita e che l'altro giorno ha portato all'annullamento della sentenza Dell'Utri, fornita di prove autonome e poco dipendente dalle parole dei pentiti.

Chi contrappone il "metodo Falcone" a quello di Caselli e Ingroia vada a leggersi il mandato di cattura del 1984 contro Nino e Ignazio Salvo: si basava esclusivamente sulle parole di Buscetta, secondo cui gli esattori erano "uomini d'onore" e l'avevano ospitato da latitante nella loro villa a Santa Flavia. E i riscontri? I giudici si fecero descrivere la villa, poi andarono sul posto, verificarono che la descrizione corrispondeva e i Salvo finirono dentro. E furono condannati per mafia. Il leggendario maxiprocesso a Cosa Nostra ruotava intorno alle parole di tre pentiti - Buscetta, Contorno e Calderone - che si riscontravano a vicenda ("convergenza del molteplice"): 360 condanne. Oggi, con prove del genere, non si giungerebbe nemmeno a un rinvio a giudizio. Infatti le prove che avevano portato alla condanna di Dell'Utri in primo e secondo grado erano, al confronto, monumentali e schiaccianti. Poi è arrivato da Ravenna un sostituto Pg che ha sentenziato: "Al concorso esterno non crede più nessuno". E la Cassazione, presieduta da un allievo di Corrado Carnevale, ha annullato con rinvio a nuovo appello, a due anni dalla prescrizione. "In omaggio a Falcone", ha scritto qualcuno. Senza vergogna.
[fonte espresso]

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