Da oggi siamo tutti più poveri

Arrivano le prime buste paga tagliate da conguagli e addizionali. Poi, a giugno, ci sarà la mazzata dell'Imu, a cui seguirà il probabile aumento dell'Iva. Abbiamo fatto un po' di conti con gli esperti per capire di quanto è già diminuito e di quanto ancora diminuirà - tra accise il resto - il nostro stipendio reale.

Questa mattina il signor Rossi, dipendente pubblico lombardo, ha ritirato la busta paga come tutti i 27 del mese. Ma questa volta ha avuto una brutta sopresa: invece dell'addizionale regionale Irpef da 106 euro versata per i redditi 2010, per quelli del 2011 ne dovrà tirare fuori 145. E la stessa sorte è toccata al signor Bianchi, che però lavora in Calabria, dove l'aliquota di partenza era più alta. Risultato: l'anno scorso aveva già pagato la 201 euro e ora, entro la fine del 2012, dovrà sborsarne 240 (elaborazioni del Consorzio nazionale Caaf Cgil).

E' la 'stangata di primavera'. Da cui si salvano solo i lavoratori che guadagnano meno di 8.030 euro lordi all'anno e i pensionati che ne prendono fino a 7.535 (la soglia si alza a 7.785 per chi ha più di 75 anni).

E non siamo che all'inizio. Spiega il presidente di Altroconsumo, Paolo Martinello, «l'aliquota base dell'addizionale regionale Irpef è stata incrementata dallo 0,9 per cento all'1,23 per cento e l'aumento complessivo potrà arrivare a un massimo di 0,5 punti percentuali, quindi fino all'1,73 per cento». E va ricordato che, dove si è avuto un disavanzo sanitario, «è obbligatoria l'applicazione dell'aliquota massima del 2,03 per cento».

Sul versante addizionali, inoltre, ci sono cambiamenti in arrivo anche a livello comunale. Secondo il segretario generale Adiconsum, Pietro Giordano, «l'aumento medio sarà di 100-150 euro all'anno». Anche se è presto per avere calcoli più precisi, visto che le amministrazioni locali hanno tempo fino a fine di giugno per prendere una decisione. «I comuni», spiega Martinello, «possono stabilire l'aliquota entro un massimo dello 0,80 per cento, fissando anche soglie di esenzione per specifici requisiti reddituali scelti autonomamente». Inoltre, chi non ha rispettato il Patto di stabilità dovrà aggiungerci un altro 0,3 per cento. In questi casi, dunque, si potrà andare oltre l'uno per cento.

Complessivamente, gli economisti de 'lavoce.info' , che hanno utilizzato i dati contenuti nelle relazioni tecniche del governo relativi alle varie manovre, scrivono che «i pacchetti fiscali approvati tra luglio e dicembre comportano, per il periodo 2012-2014, un aggiustamento cumulato di circa 81 miliardi di euro, di cui 54 incentrati su aumenti dei tributi». Nel dettaglio, considerando gli aumenti più significativi ?€“ cioè quelli di accise, Iva, Imu e Irpef ?€“ lo Stato incasserà a regime quasi 20 miliardi di euro in più l'anno. E questi interventi, sottolineano gli autori dello studio, «incidono di più sulle famiglie nei primi decili di reddito». In altre parole, dunque, le nuove norme pesano più sui poveri che sui ricchi.

Chi guadagna pù di 62.000 euro l'anno a livello familiare, per esempio, subirà in media un incremento delle imposte da pagare di 1,4 per cento del suo reddito, rispetto alla situazione ante-riforma. Dall'altra parte della scala, le famiglie molto povere, che guadagnano in media meno di 12.500 euro, vedranno aumentare il loro carico fiscale in media di ben il 5,2 per cento rispetto a quanto succedeva prima delle manovre di aggiustamento. Insomma, per dirla ancora con gli economisti de 'lavoce.info', «ulteriori interventi devono essere compensati con riduzioni delle imposte sui redditi più bassi, o si rischia di ostacolare la ripresa della domanda e della crescita».

IMU
La prossima novità in agenda, che toccherà i contribuenti a giugno, è l'Imposta municipale unica, che ha mandato in pensione l'Ici. «L'introduzione dell'Imu», dicono dal Caf Cisl senza tanti giri di parole, «rappresenta sicuramente l'elemento di maggiore preoccupazione per contribuenti e in particolare per coloro che, dal 2008, non erano più tenuti a versare l'Ici per l'abitazione principale e nei casi di immobili assimilati, come le abitazioni date in uso gratuito ai familiari».

Per tutti questi soggetti, spiegano dal centro di assistenza fiscale, si tratta di un'uscita secca che deve essere calcolata su un imponibile dato dalla rendita catastale rivalutata del 5 per cento e quindi moltiplicata per un coefficiente pari a 160. In questi casi la detrazione prevista è di 200 euro, più 50 euro per ogni figlio con età non superiore a 26 anni residente nell'abitazione (fino a un massimo di quattro figli).
 
Un esempio? Una abitazione principale con una rendita di mille euro, stima il Caf della Cisl, produce una Imu di 472 euro, prendendo a riferimento l'aliquota del 4 per mille. Oppure, calcola Altroconsumo, per un'abitazione con rendita catastale di 700 euro nel Comune di Milano si passa per una seconda casa da 367,5 a 893,76 euro. Nel caso in cui si trattasse di prima casa, invece, per lo stesso immobile si pagherebbero 270,40 euro, ma con due figli la somma si ridurrebbe a 170,40 euro.

«Per quanto riguarda gli altri beni fondiari», spiegano dal Caf Cisl, «come abitazioni destinate ad altri usi o terreni, possiamo solo evidenziare che l'aliquota di base prevista dalla norma è pari allo 0,76 per cento, con possibilità per i Comuni di elevarla o diminuirla dello 0,3 per cento, contro lo 0,7 per cento dell'Ici (aliquota massima elevabile allo 0,9 per cento in casi particolari)».

IVA Il prossimo ottobre i contribuenti potrebbero essere costretti a fare i conti con un aumento delle aliquote Iva (anche se l'esecutivo, alla fine, potrebbe decidere di non ricorrere a questo strumento in base alla "clausola di salvaguardia"). Secondo il presidente dell'Adoc, Carlo Pileri, «nel 2011 l'aumento dell'Iva dal 20 al 21% ha già comportato un aggravio di spesa pari a 155 euro l'anno per cittadino e, se dopo l'estate aumenterà ancora, passando dal 21 al 23 per cento, l'impatto sarà pari a 170 euro l'anno per consumatore». Secondo l'Adiconsum, per una famiglia con due figli con uno stipendio medio di 1.600 euro che spende circa 1.00 euro per prodotti con Iva al 21 per cento, «l'aumento al 23 per cento porterà a un incremento di 200 euro l'anno».

Insomma, un vero salasso che potrebbe andare di passi passo anche con un altro intervento. «Qualora dovesse aumentare di due punti percentuali anche l'Iva sui beni di consumo alimentari, attualmente pari al 10 per cento», insiste Pileri, «l'impatto sul singolo consumatore sarebbe all'incirca di 110 euro l'anno». Riassumendo, dunque, secondo i calcoli dell'Associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatori, considerando tutti i rincari sia passati sia futuri, l'Iva comporterà un ricarico di spesa per cittadino pari a 435 euro l'anno.

ACCISE
Nel corso del 2011, infine, sono state introdotte nuove accise sui carburanti, che i contribuenti continueranno a pagare per tutto il 2012. In tutto, secondo l'Adoc questi nuovi balzelli hanno già portato a un ricarico complessivo di 16 centesimi al litro. In particolare, sottolinea Pileri, «le nuove accise hanno comportato finora un aumento di 250 euro annui solo per il rifornimento, tanto che, rispetto allo scorso anno, un litro di verde costa circa il 28 per cento in più».

Inoltre, sottilinea ancora il presidente dell'Adoc, «la corsa al rincaro dei carburanti ha comportato e comporterà un rialzo dei prezzi di tutti i prodotti ad essi strettamente collegati, in primis i prodotti alimentari, che hanno subito rincari medi del 6 per cento, comportando un aggravio di spesa pro capite pari a circa 70 euro l'anno». L'impatto diretto e indiretto delle nuove accise sui carburanti, dunque, ha comportato un aumento reale di spesa pari a 320 euro l'anno.

Per fare capire bene l'impatto di questa decisione, Altroconsumo ha provato a fare un esempio concreto. In particolare, l'associazione ha ipotizzato il caso di un famiglia con due automobili, una che effettua quattro pieni da 50 litri di gasolio al mese, l'altra due pieni da 40 litri, ma di benzina super. Ipotizzando che l'auto venga utilizzata a questi ritmi per 11 mesi, dunque, le due automobili consumeranno ogni anno 2.200 litri di gasolio e 880 litri di benzina. Risultato? Se tra accise e Iva questa famiglia ha speso in tutto a gennaio 2011 circa 2.210 euro, ai prezzi attuali ne spenderebbe poco meno di 2.900. Pari a un aumento percentuale addirittura del 31 per cento.

Ma aumentare le imposte era l'unico modo per salvare il Paese?. Che c'è chi lo ritiene un male necessario e chi lo considera un ulteriore passo di avvicinamento alla Grecia. Per Angelo Baglioni, docente di Economia Politica all'Università Cattolica di Milano, `l'inasprimento fiscale non piace a nessuno, ma l'emergenza era tale da renderlo inevitabile. L'aumento dell'addizionale Irpef è un male necessario dovuto alla fretta con cui l'esecutivo si è trovato a dover aggiustare i conti. Certo, se il governo Berlusconi non avesse accumulato tanto ritardo, forse adesso non ci ritroveremmo con meno soldi in busta paga».

Ma alla fine i sacrifici serviranno a qualcosa? Spiega Baglioni: «Sicuramente queste imposte non favoriscono la crescita. Bisogna però ricordare che Monti sta cercando di spostare il peso fiscale dai redditi da lavoro alle rendite, e questo è indubbiamente positivo. L'Imu, ad esempio, è un'imposta patrimoniale, così come l'aliquota fiscale sulle rendite finanziarie, passata dal 12,5 al 20 per cento. Ora bisogna vedere se grazie alla lotta all'evasione fiscale e la spending review (tagli ai costi della politica, ndr) si riuscirà davvero a diminuire la tassazione sui redditi da lavoro».

Tra gli economisti c'è un timore comune. L'aumento delle tasse potrebbe deprimere ulteriormente i consumi. L'effetto sarà un calo delle entrate per lo Stato. E così tutti i benefici derivati dai tagli agli sprechi e dalla battagli anti-evasione saranno vani. L'inasprimento della recessione è scontato per il liberista Ugo Arrigo, docente di Scienza delle Finanze all'Università Bicocca di Milano: «La politica varata nella seconda metà dello scorso anno è stata sbagliata. Tutti i segnali indicavano che saremmo entrati in recessione, eppure sono stati varati provvedimenti restrittivi. Certo c'era l'emergenza, ma l'aumento delle imposte non era l'unica strada».

Per Arrigo l'alternativa è privatizzare: «Vendendo immobili pubblici e società dello Stato, si possono incassare soldi e liberalizzare interi settori dell'economia, con benefici a cascata anche per i consumatori. Il punto è ridurre la spesa pubblica, e questo per l'Italia dovrebbe essere un dovere visto il confronto con gli altri Paesi».

Anche Giulio Sapelli, storico dell'economia all'Università statale di Milano, boccia senza appello le misure varate dal governo Monti. Ma la sua teoria è opposta a quella di Arrigo: il problema non è la spesa, ma la crescita. «L'incremento delle imposte», dice,«causerà un peggioramento della recessione. Viene allora da chiedersi perché lo abbiamo fatto. La risposta? Perché siamo guidati da un governo di tecnici senza fantasia, appiattito sulla politica deflativa imposta dalla Germania, la stessa che ha portato al collasso la Grecia. E' un esecutivo oligarchico, che salva le banche e uccide il Paese. Per rialzarci, invece, bisognerebbe adottare una politica-neo keynesiana, aumentare la spesa pubblica a costo di farci sanzionare dall'Europa. Il governo dovrebbe abbassare le tasse sulle imprese e sul lavoro, quindi l'Irpef andrebbe ridotta invece che aumentata. Solo così si può tornare a crescere ed evitare che lo spread ricominci a salire».
[fonte espresso]

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