Fabbrica del Sorriso per i bambini disabili: la "carità" non piace alle famiglie

Si è appena conclusa la campagna di raccolta fondi della Fabbrica del Sorriso, promossa da MediaFriends, la onlus di Mediaset, e dedicata quest’anno ai bambini con disabilità. Il contatore ha superato la soglia del milione e mezzo, con 1.603.101 euro raccolti dal 18 al 25 marzo: una cifra destinata ad aumentare, visto che le donazioni bancarie andranno avanti fino all’8 aprile. Il ricavato sarà devoluto a 4 associazioni che sostengono bambini disabili: a Torino la Enzo B, in tutta Italia la Comunità Giovani XXIII, a Massa Carrara l'Anffas e al confine tra Liguria e Toscana la Coopselios.La campagna mediatica a sostegno della raccolta fondi ha interessato tutte le reti Mediaset, che la scorsa settimana hanno trasmesso gli spot dei singoli progetti e alcuni video riepilogativi. Spot che però hanno sollevato alcune critiche, soprattutto da parte delle famiglie di persone disabili: non piace l’impostazione “pietistica” della campagna e non piace quella definizione di “bambini con una D in più”, che ritorna in alcuni spot. Marina Cometto, presidente dell’associazione Claudia Bottigelli, tramite il social network ha raccolto le opinioni di diversi genitori e le riporta in una lettera indirizzata alla redazione di Superabile.it (www.superabile.it) .

“La prima nota stonata – scrive - è la presentazione: in tanti spot si parla di ‘bambini con una D in più’. Ma che significa? Ci sembra proprio una definizione infelice e senza alcun senso. Si parla forse di ‘bambini con una N in più’, per ‘catalogare’ i bambini di colore? O di ‘bambini con una C in più’ per indicare i bambini cinesi?”. Non piace poi, alle famiglie, il linguaggio pietistico e caritatevole della campagna. “I progetti – scrive Marina Cometto - vengono presentati come se i bambini con disabilità non avessero genitori: certo, alcuni purtroppo sono stati abbandonati, molti altri sono stati ricoverati in comunità, case famiglia o istituti: ma dire, come fa il video sul progetto dell’Anffas, che si vuole costruire una struttura per fare in modo che i bambini autistici possano stare insieme agli altri integrandosi, è un messaggio distorto di compassionevole carità. Infatti la maggior parte dei bambini con autismo vive in famiglia e frequenta la scuola: ed è questione di diritti, non di carità o di solidarietà”. Perché poi chiedere denaro, quando un progetto già riceve finanziamenti pubblici? E’ il caso della Comunità Giovanni XXIII: “si parla di case famiglia, un’esperienza importante, che però già riceve il sostegno dei Comuni, che versano una quota per ognuno dei bambini in affidamento. Che bisogno c’è di chiedere denaro e solidarietà?”

C’è poi il video di Matrix , in cui i genitori affidatari affermano che la scuola, per mancanza di fondi, non può fornire gli ausili necessari. “Ma la scuola e le Asl – si legge nella lettera - hanno il dovere di fornire gli strumenti necessari per l’integrazione scolastica: non bisogna chiedere la solidarietà, ma il riconoscimento e il rispetto dei diritti! I genitori affidatari devono pagare la fisioterapia?? Anche in questo caso, si fanno passare i bambini con disabilità come persone senza diritti, a cui soltanto la generosità di persone sensibili può offrire il meglio. Quel che serve a questi bambini è invece il riconoscimento dei diritti sanciti dalle leggi 104/92, 162/98 (assistenza e vita indipendente) 328/00 e 284/97 (per le disabilità visive)”.

Anche l’inserimento scolastico dei bambini disabili è presentato, nel video di Toni Capuozzo, come frutto di generosità e solidarietà da parte degli altri bambini e delle loro famiglie: “Ma si tratta di un diritto – rimarca Marina Cometto - sancito dalla legge 104/92, per cui tutti i bambini devono frequentare la scuola e lo Stato deve fornire tutti gli strumenti necessari: insegnante di sostegno, assistente alla comunicazione, ausili, trasporto. Non servono soldi donati – concludono le famiglie - ma diritti riconosciuti. Anziché offrire 2-5 euro per un ‘povero’ bambino con disabilità, molto meglio sarebbe stare a fianco delle famiglie quando queste lottano in piazza per il riconoscimento dei diritti”.
[fonte tiscali]

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