I dottori dicono la verità?

Il tema è di quelli scivolosi: la comunicazione medico-paziente. Rapporto in cui il primo dovrebbe esprimersi nei confronti del secondo con la massima onestà e chiarezza, ma non sempre le cose vanno così. Le ragioni di un misunderstanding sono molte: dal carico di lavoro alle questioni legali o di privacy, passando per linguaggi diversi, spesso tecnici. A volte, però, la verità non viene detta consapevolmente. La conferma di ciò è un sondaggio del Morgan Institute for Health Policy del Massachusetts General Hospital di Boston, pubblicato su Health Affairs: dei quasi 2mila medici interrogati, più della metà ha ammesso di aver delineato prognosi più ottimistiche di quanto i dati clinici lasciassero trasparire.

Le difficoltà sembrano nascere quando si precipita nella concretezza di una diagnosi particolarmente dura o di un intervento: mentre la maggioranza dei medici intervistati concorda sul fatto che non si debba mai mentire o fornire informazioni carenti su rischi e benefici dei trattamenti, nella realtà i loro atteggiamenti si fanno più sfaccettati. Più del 10% dei dottori avrebbe infatti detto qualcosa di falso.

E sebbene quasi tutti siano d'accordo sul fatto che le informazioni confidenziali di salute debbano essere riferite solo dietro autorizzazione, più dei due terzi ammette di averne rivelate ad altri senza un esplicito consenso. Un bel pasticcio, generato il più delle volte­— come ha messo l'autrice dello studio, la dottoressa Lisa I. Iezzoni ­— da buone intenzioni. Tipo evitare shock ai familiari per una malattia terminale o non offendere i malati. "Ma i pazienti devono sapere la verità per poter fare la scelta migliore", dice la Iezzoni.

"Il dato nordamericano non è del tutto trasferibile all'Italia ­— spiega il professor Carmine Pinto, segretario nazionale Associazione italiana di oncologia medica e responsabile tumori gastrointestinali al policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna — il modo di rapportarsi col paziente è più influenzato da una serie di problematiche assicurative, sono due culture diverse". E aggiunge sul quadro nazionale, in profondo mutamento: "In Italia si è passati da un profondo conservatorismo durato fino a dieci, quindici anni fa, quando magari non si parlava di tumori o metastasi ma di macchie, alla situazione odierna del tutto ribaltata. È ormai consolidata la cultura della giusta informazione, anche perché è necessario farlo in base alle normative sulla privacy. L'oncologia, poi, ha fatto dei passi avanti importanti, aprendo la strada alle altre specializzazioni. La mia idea, che portiamo avanti col progetto Hucare dell'Aiom, è che l'informazione debba essere il più chiara possibile, avendo una dialettica adeguata anche a seconda di chi si ha di fronte".

Il problema, tuttavia, sta anche e soprattutto nelle qualità umane dei medici: è possibile imparare a comunicare nel modo giusto? "Si impara lavorando — conclude Pinto — il medico dev'essere colto, assicurare il massimo della conoscenza evitando di addentrarsi in aspetti che potrebbero confondere le acque. Certo, la scarsa chiarezza è stata un problema storico dell'Italia e non posso escludere che alcune sacche e resistenze rispetto a una corretta e completa informazione al malato persistano anche oggi".
[fonte yahoo]

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