Quei sospetti di Ilda sulle stragi

Avete presente il depistaggio sulla bomba di via D'Amelio, scoperto solo vent'anni dopo? La Boccassini lo aveva già intuito nel '94 e ne parlò in due lettere ai colleghi. Che oggi appaiono profetiche. E molto inquietanti su quello che accadde allora.

Diciotto anni fa aveva visto che nelle indagini sulle stragi stava accadendo qualcosa di poco chiaro. E aveva cercato di segnalarlo riservatamente al suo procuratore capo. Ma Ilda Boccassini non fu ascoltata. Oggi le ultime inchieste coordinate dal procuratore Sergio Lari fanno emergere un crogiolo di depistaggi e tradimenti di Stato che hanno segnato la morte di Paolo Borsellino e coperto la verità sull'attentato di via D'Amelio. Ci sono le accuse della vedova Borsellino, che ha descritto il marito sconvolto per avere saputo che l'allora comandante del Ros Antonio Subranni era "punciuto", ossia uomo della mafia. E tanti misteri irrisolti, a partire dalla scomparsa dell'agenda rossa del magistrato ucciso. I pm che stanno facendo luce su quella fase oscura della storia italiana, quando le bombe di mafia scandirono il passaggio tra prima e seconda Repubblica, l'hanno chiamata a testimoniare, per capire chi avesse giocato sporco. Ma Boccassini è rimasta cauta sulle anomalie rilevate nel 1994, quando lasciò la Sicilia per tornare a Milano: "Non condividevo l'impostazione degli interrogatori e la relativa gestione dei collaboratori di giustizia".

Già allora Ilda "la rossa" era un pm celebre. Aveva condotto la prima indagine sull'infiltrazione di Cosa nostra nei palazzi del potere milanese, la Duomo Connection con la squadra di carabinieri del capitano Ultimo. Le sue lacrime sulla bara di Giovanni Falcone e la denuncia di quanti nella magistratura lo avevano ostacolato erano diventate un caso nazionale. E anche la sua scelta di offrirsi "volontaria"per contribuire alle istruttorie della procura di Caltanissetta sulle stragi conquistò le prime pagine. Emersero le sue distanze dal pool guidato da Giovanni Tinebra, che poi farà carriera come direttore dei penitenziari e oggi è procuratore generale di Catania. Boccassini si era resa conto che troppe cose non funzionavano nella gestione dei pentiti, a partire dalla collaborazione di Vincenzo Scarantino. Il quale, con accuse inventate, ha costruito false verità sulla fine di Borsellino accettate persino dalla Cassazione. Lei lo scrisse in due lettere, fino a oggi rimaste nei cassetti.

La prima, inedita e inviata a Tinebra il 10 ottobre '94, mette in evidenza sbavature nelle indagini e una mancata circolazione delle informazioni tra gli inquirenti. La pm fornisce chiaramente l'impressione di aver annusato qualcosa che non va. Inserisce fra le righe anche una piccola annotazione sulle "sorprendenti dichiarazioni rese da Scarantino", e aggiunge: "Ufficialmente assunte a verbale". Ma cosa intendeva dire? Per un magistrato è obbligatorio verbalizzare, perché evidenziarlo? Su questo punto, oggi, Boccassini risponde ai pm di non avere ricordo di un fatto specifico.

In quella missiva la pm appare infastidita dall'atteggiamento dei colleghi, evidenziando che è stata estromessa dalle indagini, che non è stata più avvisata di nuovi atti istruttori. Descrive uno scenario di disgregazione. Non fa accuse, anzi cerca di dare un'apparente spiegazione con il fatto che da lì a poco lascerà la Sicilia. Non vuole far ricondurre questo atteggiamento "alle scelte investigative" o alla "dissonanza delle opinioni espresse in una riunione in procura da quelle degli altri colleghi". Al procuratore fa presente una serie di punti critici delle inchieste e sottolinea la "necessità di tempestivi interrogatori" per i pentiti, "da assumere esclusivamente con le forme imposte dal codice di rito". Ancora una volta Boccassini specifica che gli interrogatori andavano fatti secondo la legge. Perché dirlo a Tinebra? Forse non tutto era fatto secondo la legge? Ai colleghi di Caltanissetta Lari, Gozzo e Marino che oggi glielo chiedono, prima dichiara di non ricordare di aver scritto la lettera. E quando gliela mostrano risponde in modo vago che "non condivideva l'impostazione degli interrogatori e la gestione dei collaboratori". Poi spiega: "Si fa riferimento ad una riunione in procura, in occasione della quale i colleghi evidentemente non avevano condiviso le mie perplessità su Scarantino". Storie strane quelle vissute in trincea dai pm fra il 1993 e il '94, periodo che coincide con le bombe nel continente e il proseguimento della trattativa Stato-mafia.
 
La seconda lettera la firma insieme al collega Roberto Saieva e riporta decine di punti che per loro provavano "una condotta processuale", riferita a Scarantino, "non ispirata a linearità", piene di bugie tanto che il pentito non sapeva riconoscere nemmeno in fotografia i volti dei mafiosi coinvolti nella strage, che lui accusava, confondendoli con altre persone. Le indicazioni non vengono seguite da Tinebra.

La lettera è un segnale d'allarme importante: l'ultimo avviso prima che le inchieste sulle stragi cominciassero a deragliare nelle aule di Corte d'Assise. Arriva alla vigilia del processo di Capaci e Boccassini suggerisce di riconsiderare subito l'attendibilità dei pentiti, perché rinviare questi accertamenti per la pm "potrebbe avere come effetto quello di lasciare a Scarantino una via aperta verso nuove e piroettanti rivisitazioni dei fatti". Così come è poi avvenuto durante le fasi del dibattimento per via D'Amelio, dove innocenti sono stati condannati all'ergastolo e una richiesta di revisione della sentenza definitiva è stata avanzata nei mesi scorsi.

Ma la "verità" di Scarantino ha permesso di nascondere mandanti ed esecutori dell'uccisione di Borsellino e della sua scorta. E lasciare nell'ombra la trattativa tra Stato e mafia che si è intrecciata con gli ultimi giorni di vita del magistrato assassinato il 19 luglio 1992.

Agli inquirenti che adesso cercano di ritrovare il filo nero delle responsabilità Boccassini ha descritto il caos di quei mesi: "Quando arrivai a Caltanissetta, c'era da organizzare un po' tutto e in particolare riordinare gli atti e coordinare le forze di polizia. La scelta, al mio arrivo, era già caduta, come forze di polizia, sulla Squadra mobile di Palermo, i carabinieri del Ros e la Dia, che operavano in piena armonia. Delle indagini per la strage di via D'Amelio si occupava la Squadra mobile di Palermo in via quasi esclusiva".

Proprio sul ruolo dell'ex capo della Mobile, Arnaldo La Barbera che gestì la collaborazione di Scarantino, oggi si concentrano i sospetti. Quando nel 2009 ha infine ritrattato le sue dichiarazioni, il pentito ha detto di essere stato "costretto a farle da alcuni funzionari della polizia". Ma la Boccassini non crede che qualcosa del genere potesse sfuggire ai pm: "Le forze dell'ordine non avevano un'autonomia investigativa avulsa dal controllo del pm". E aggiunge: "Il nostro interlocutore principale era La Barbera il quale godeva della piena fiducia di tutti i colleghi; egli non si risparmiava in nulla".

Poi ricorda: "La notizia che Scarantino intendeva collaborare ci fu fornita da La Barbera che a sua volta l'aveva appresa dalla polizia penitenziaria del carcere di Pianosa". Perché, chiedono i pm, Scarantino non fu messo a confronto con i pentiti Salvatore Candura e Francesco Andriotta, anche loro oggi considerati depistatori? "Non sono in grado di rispondere perché non ho trattato lo sviluppo delle indagini successive alla collaborazione di Scarantino in quanto Tinebra decise di affidare la gestione del pentito ad altri colleghi".
[fonte espresso]

Commenti

  1. VI PREGO, lasciate stare Ilda Boccassini, ha un tumore terminale ai polmoni, abbiate almeno la Pietà Cristiana di rispettare il suo difficile momento.... come faccio io

    un abbraccio emerito indignato jo Giorgio Dini Ciacci Milano gio2opg@gmail.com

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