La giustizia è morta

Tra dilazioni, prescrizioni e ricorsi, in Italia la macchina dei processi si è rotta. Per la gioia della malavita e della malapolitica. Un effetto a lungo termine della lunga offensiva berlusconiana, ma con complicità di tutta la classe dirigente, anche a sinistra. La durissima denuncia del magistrato Piercamillo Davigo.

Un pubblico ministero di Monza si ritrovò all'improvviso sul tavolo 15 mila procedimenti penali da smaltire. Tra questi, la causa per diffamazione intentata dagli eredi di Enrico Toti contro un volume che metteva in dubbio il gesto eroico del bersagliere che nel 1916 scagliò la stampella contro gli austriaci. Quando un avvocato venne a sollecitare un altro fascicolo, il magistrato gli rispose: "Risale solo a tre mesi fa, deve aspettare altri 80 anni"". Solo una battuta, che strappa un sorriso: l'unico di fronte al dramma della Giustizia, che ormai versa in condizioni di preagonia. Un organismo in coma profondo a cui Piercamillo Davigo dedica un ritratto spietato come le sue requisitorie della stagione di Mani Pulite: "Processo all'italiana" scritto con Leo Sisti, veterano delle cronache giudiziarie de "l'Espresso", rappresenta l'autopsia di un corpo afflitto da un male che appare incurabile.

Il libro ha la verve di un pamphlet, ma è articolato con rigore scientifico e dati statistici. Parte dalla riforma di Giandomenico Pisapia del 1989, ispirata ai dibattimenti anglosassoni, per poi passare in rassegna i tanti innesti importati dall'estero: trapianti maldestri che hanno reso il processo simile a un Frankenstein.

"I trapianti comportano sempre crisi di rigetto, ma il confronto della nostra situazione rispetto al resto del mondo oggi è devastante. La questione fondamentale è la domanda di giustizia, ormai diventata patologica provocando l'esplosione del contenzioso. Prendiamo la giustizia civile, ogni anno ci sono in Italia più cause di quante ne vengano presentate in Francia, Gran Bretagna e Spagna messe insieme. Sul fronte penale nelle procure abbiamo 3 milioni e 400 mila notizie di reato: nel Regno Unito i procedimenti sono solo 300 mila con 100 mila persone detenute mentre da noi i reclusi sono 68 mila. Questo significa che c'è una macchina gigantesca che gira a vuoto. Certo, i processi non servono solo a fabbricare reclusi ma il rapporto tra numero di procedimenti e detenuti è sicuramente un indice dell'efficacia del processo. Se si celebrano processi per irrogare condanne da non eseguire, converrebbe non farli e invece di sospendere condizionalmente la pena sospendere direttamente il processo ed evitare un carico di lavoro incredibile".

L'ex pm del pool di Tangentopoli non crede agli slogan. Come quello che identifica nella scarsità di risorse la radice del problema: "Nei tribunali manca tutto ma le risorse da sole non possono bastare di fronte a un carico del genere. Abbiamo raddoppiato i magistrati, potenziato le cancellerie ma allo stesso tempo il numero di cause è cresciuto ancora di più. E se la macchina venisse migliorata, sarebbe ingolfata subito da un'altra mole di denunce che oggi non vengono presentate perché si sa che non troverebbero risposte".

Per questo serve una rivoluzione culturale: "Bisogna cambiare il punto di vista del problema. Ci vuole una riforma che non renda più conveniente ai colpevoli resistere in giudizio. L'imputato sa benissimo se è colpevole o innocente, è l'unico che conosce la verità. Se noi mettiamo meccanismi che incentivano la resistenza, tutti faranno appello ad ogni livello. Bisogna invece mettere l'imputato di fronte al rischio che se resiste indebitamente, alla fine quando emergerà la sua colpevolezza il conto sarà salato. Nel 1989 quando fu cambiato il processo, con il principio delle prove da formare in dibattimento, lanciai l'allarme: i tempi triplicheranno. Sì, mi fu risposto, ma si celebrerà solo il 10 per cento dei giudizi perché gli altri punteranno agli sconti di pena dei riti alternativi. Ma se viviamo in un Paese dove la probabilità di amnistie e indulti resta alta, ancora prima del dilagare della prescrizione, diventa inevitabile che tutti puntino a dilazionare i tempi con appelli contro ogni provvedimento".

Davigo oggi dalla Cassazione ha un osservatorio privilegiato sulle dimensioni dello sfascio, che ormai è diventato paradossale. "Per spingere a rispettare il diritto a tempi ragionevoli dei processi, la Corte europea di Strasburgo ha fissato un limite di due anni e sei mesi entro cui deve intervenire la sentenza di primo grado. Ma i ricorsi contro l'Italia erano così tanti che la Corte non riusciva a smaltirli entro i limiti che essa stessa aveva fissato. Allora in Italia, invece di accelerare i giudizi, si è deciso di prevedere il risarcimento interno per i danni dei ritardi, ma i ricorsi dilagano e nemmeno i procedimenti per i risarcimenti ce la fanno a stare entro i tempi: le corti che devono rimborsare la lentezza rischiano di essere chiamate a rispondere della stessa colpa...". Un incubo, che dimostra il baratro in cui stiamo sprofondando con un sistema giustizia che - dati di Bankitalia - costa al Paese l'1 per cento del Pil.
 
Ma chi è responsabile di questo male? Davigo nel libro evidenzia l'ambiguità di una cultura cattolica poi secolarizzata, altro ibrido di scarsa concretezza, ed è duro con i protagonisti del processo: tutti a vario titolo colpevoli, tranne le vittime. Sottolinea l'incapacità degli avvocati di fare pulizia al loro interno: di fronte a un record di 240 mila legali nel 2010 ci sono state 77 sanzioni disciplinari. "Il numero degli avvocati continua a crescere: 15 mila in più ogni anno e poiché esercitano la professione per 40 anni, in assenza di correttivi, arrriveremo a 600 mila: l'Italia può dare da mangiare a così tanti avvocati?". Ed è molto duro con la politica: parla della separazione delle carriere come di un piano figlio di Licio Gelli, che ha trovato in Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema i sostenitori più forti. Cita l'immagine adottata da Luciano Violante, magistrato poi diventato parlamentare: "I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono". E' il primato della politica, che porta all'uso interessato della giustizia. Come recitava una frase attribuita a Giolitti: "Le sentenze si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici...". "In Italia negli ultimi decenni c'è stata una fortissima tentazione della classe dirigente, non solo politica, di mettere in discussione due principi fondamentali dello Stato di diritto. La separazione dei poteri e il fatto che tutti sono soggetti alla legge, persino quelli che la fanno. Il giudice a Berlino capace di dare torto al re, implica che il sovrano sia sottoposto alla legge e che il magistrato non sia un suo dipendente. Ma non potendo limitare l'indipendenza dei giudici cercano di controllare quello che arriva sul loro tavolo, mettendo le mani sul pm oppure staccando la polizia giudiziaria dal pm, che quindi dipenderà solo dall'attività di questi corpi di investigatori che non sono tutelati né indipendenti".

Il libro si chiude così: "Allora il rimedio principale non sta nella modifica di questa o quella norma, ma nel tornare a essere un popolo serio". Utopia?
[fonte espresso]

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