Onorevoli un giorno su sei

Secondo una ricerca di Openpolis alla Camera si è lavorato 80 giorni l'anno, al Senato 50. I parlamentari si difendono: "gli altri giorni siamo sui territori". Ma c'è chi replica: "Solo scuse, sono tutti nominati".

Ottanta giorni di lavoro in un anno alla Camera, cinquanta al Senato. E' questo il numero striminzito di giorni lavorati secondo una ricerca condotta da Openpolis sulla "capacità produttiva" del nostro Parlamento. E' quanto si ottiene dividendo il numero di ore lavorate dai nostri rappresentanti per otto, cioè la durata media di una giornata lavorativa di un impiegato o di un operaio.

Insomma, Palazzo Madama e Montecitorio non sono proprio abitati da moderni Stakanov. Sostanzialmente, la settimana lavorativa di un parlamentare si concentra dal martedì al giovedì, giorni in cui tradizionalmente si votano in aula i provvedimenti legislativi. Non è raro, invece, trovare l'aula semideserta il lunedì e il venerdì. Molti parlamentari, infatti, valigia in mano, sono pronti a fuggire da Roma il giovedì pomeriggio appena concluse le votazioni per non tornarci prima di lunedì sera. «E' normale che sia così - spiegano in molti - il fine settimana è dedicato alle iniziative sul territorio. Incontriamo gli elettori, partecipiamo ad iniziative, spesso senza soluzioni di continuità. E mancare quegli appuntamenti, non farebbe certo onore al nostro lavoro". Insomma, un modo diverso di espletare il proprio incarico.

Secondo Elio Lannutti, senatore indipendente eletto nelle liste dell'Italia dei Valori, si tratta solo di scuse: « Ma quali territori? Sono tutti nominati. Non hanno collegi con cui mantenere rapporti. Io da quando sono stato eletto, per seguire i lavori in quattro commissioni, neanche mangio. Neanche un panino». Accenti duri verso i propri colleghi, che non trovano riscontro nel resto della categoria, tutta compatta nel respingere l'accusa di disertare i lavori parlamentari. Lucio Malan, senatore del PdL, propone un'alternativa di cui si era discusso ad inizio legislatura « Se ci fosse una settimana al mese libera dai lavori parlamentari, concentreremmo tutte le iniziativa sul territorio in quella settima. Il lavoro di un parlamentare - spiega - non si misura solo dalle ore passate in aula; per presentare un disegno di legge, o un'interpellanza c'è bisogno di uno studio, di preparazione. Ovviamente anche tra noi, chi non vuole fare niente, come in tutte le professioni, può riuscirsi».

Altri parlamentari si difendono ricordando come molto del lavoro di un deputato o di un senatore si svolga in commissione. Un lavoro più difficile da quantificare, anche perché - a differenza dell'aula - in commissione, nonostante le richieste anche di openPolis, ancora non c'è il voto elettronico, che permetterebbe di sapere con sicurezza quanti e quali parlamentari sono presenti in commissione. Ad oggi, siamo ancora nella fase di sperimentazione, e la registrazione delle presenze, ora valida anche ai fini del calcolo della diaria, è demandata al sistema della raccolta delle firme. Un po' come accadeva ai tempi dell'università, quando alcuni studenti firmavano e poi uscivano dall'aula, lo stesso - secondo alcune voci provenienti dai palazzi romani - accadrebbe in commissione. Un malcostume, almeno ufficialmente, smentito all'unisono da tutta la categoria: «I vizietti hanno nome e cognome - spiega Malan - altrimenti si spara nel mucchio. Io non ho davvero mai avuto questa contezza, però non si dice che magari uno partecipa a tutta la seduta, e si scorda di firmare e perde la diaria. Se il nostro lavoro consistesse nel rimanere seduti in aula per un certo numero di ore a settimana, dovremmo essere pagati come un impiegato di basso livello basso, se facciamo altro, allora ci meritiamo uno stipendio più alto».

Anche Flavia Perina, di Futuro e Libertà, mette l'accento sul problema della qualità del lavoro parlamentare: «Ricordo un'immagine di Calderoli che con un lanciafiamme brucia dei faldoni, a seguito dell'approvazione del decreto semplificazione. Agli italiani risulta che qualcosa oggi sia più semplice? Assolutamente no. Su quel provvedimento di legge abbiamo lavorato moltissime ore e gli esiti sono stati irrilevanti, come nel caso dei decreti attuativi del federalismo. Un lavoro immenso che ha tenuto impegnate le camere per ore e ore. Ma la qualità del lavoro era bassissima, a dispetto della mole del lavoro». L'ex direttore del Secolo si sofferma anche su alcune indubbie migliorie nella trasparenza del lavoro del parlamentare: «Non dimentichiamoci che con l'introduzione delle impronte digitali per votare abbiamo stroncato il malcostume del fenomeno del pianista, il vero problema del Parlamento è che tra il bipolarismo muscolare e la crisi che stiamo vivendo, alla camera si lavora praticamente solo per convertire i decreti del governo. In questo, c'è oggi il vero limite dell'attività parlamentare».

Anche Roberto Giachetti, segretario d'Aula del gruppo del Partito Democratico, difende la "settimana corta" dei parlamentari: «Per la stragrande maggioranza del mio gruppo è vero che alcuni vanno a fare incontri e iniziative nei territori nei fine settimana. Ma è anche vero che alcuni usano questi spazi per fare il loro lavoro, un doppio lavoro, specie nel caso di professionisti che non possono mettersi in aspettativa. Ma a queste persone, con le nuove norme, viene tagliata una parte della retribuzione. Il pienone - ammette - c'è effettivamente il martedì, mercoledì e giovedì». Giacchetti, invece, ci tiene a precisare che presto anche nei lavori fuori dall'aula le cose cambieranno: «E' già stato deciso di usare il voto elettronico in commissione. Siamo nella fase dello studio. Per questo intanto si raccolgono le presenze con le firme, e dove lavoro io nessuno abbandona i lavori dopo essersi registrato».

Così come Flavia Perina anche Giachetti mette in luce il fatto che il vero problema del Parlamento sia quello di aver perso la sua importanza nel processo legislativo: «La centralità del Parlamento si è persa, ormai siamo schiavi dei decreti del governo e facciamo solo quello. L'attività legislativa è stata quasi scippata dagli esecutivi».

Secondo molti osservatori ora con il governo dei tecnici la Camera lavora certamente più intensamente: «E' vero, con Monti lavoriamo di più, ma è anche vero che tredici decreti da convertire in un mese, come sta accadendo ora, mettono al limite la possibilità delle camere di approfondire il lavoro, esaminare il testo e di emendare il decreto».

Infine, i dati di OpenPolis mettono in luce anche altri aspetti. In primo luogo, si può dire che la maggioranza dei deputati e dei senatori - come potete leggere dalle tabelle - sono presenti tra l'80 e il 100 per cento delle votazioni (384 i deputati e 201 i senatori), e in secondo luogo la brutta abitudine dei cosiddetti big dei partiti, a cominciare da capigruppo e segretari di partito, ad essere piuttosto assenti alle votazioni. Tra questi, non può non spiccare un imbarazzante 5% di presenze per l'ex ministro Roberto Maroni.

In realtà, fanno notare alcuni parlamentari, per i capigruppo almeno c'è qualche giustificazione. Elio Lannutti, per esempio ricorda che «oltre a non avere alcuna decurtazione dalla loro retribuzione, sono impegnati in varie riunioni e mille adempimenti». Sullo stesso tenore le affermazioni di Giachetti, secondo il quale « i capigruppo, come i ministri e chi fa parte nell'ufficio di presidenza, viene automaticamente considerato in missione, pertanto non risultano presenti, anche perché oberati da altri impegni».

Giustificazioni sicuramente plausibili, ma che certamente non possono apparire del tutto sufficienti per spiegare una così diversa partecipazione al voto tra - per esempio - il capogruppo in Senato del PdL Gasparri, che è al 89,79%, e quello dell'Italia dei Valori Felice Bellisario (fermo al 36,33%).
[fonte espresso]

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