Il geologo: entro dieci anni terremoto a Sulmona [era il 2009]


A seguito del terremoto della scorsa notte, R.L.I. torna qualche anno dietro per riproporvi quello che disse il geologo Antonio Moretti sul futuro del centro Abruzzo inerente scosse sismiche future di intensità simili o superiori a quella che distrusse l'Aquila.
[R.L.I. 17.02.2013]

Una frase in diretta alla radio scatena il panico nella Valle Peligna. «Ci aspettiamo che a Sulmona possa verificarsi un terremoto simile a quello dell’Aquila, magari tra uno o 10 anni». 
Le parole del geologo Antonio Moretti, docente della facoltà di Scienze ambientali e componente del gruppo nazionale Difesa dai terremoti, hanno l’effetto di una bomba. La città, già provata dalla psicosi del terremoto aquilano, reagisce con rabbia e rinnovata paura. Alla trasmissione “Radio anch’io”, su Radio 1 Rai, telefona il presidente del consiglio comunale di Sulmona, Nicola Angelucci che protesta per il procurato allarme. 

Professor Moretti, si rende conto di aver provocato un pandemonio con le sue dichiarazioni?
«Ma quale allarmismo! Io credo che non si possa far finta di niente, bisogna lavorare alla prevenzione, altrimenti è come disinteressarsi dei possibili rischi. La polemica non serve a niente, e senza creare panico diamo semplicemente le informazioni utili e cerchiamo di essere pronti in caso di una probabile scossa. Sia chiaro, non prevediamo un terremoto. Quelli che dicono di poterlo prevedere sono dei delinquenti. Dire, però, che nei prossimi duecento anni ci sarà un sisma è una sicurezza. Quindi, anche se nessuno prevede il terremoto, si possono però notare i segni di aumento di rischio. A Sulmona non ci sono segnali, ma teniamo la situazione sotto controllo. In caso di scosse, per esempio, è preferibile dormire fuori e poi, dopo una notte, rientrare in casa». 

Ci spieghi meglio su cosa si fonda la sua previsione. 
«Le previsioni sull’area di Sulmona sono legate alle due strutture sismotettoniche, le cosiddette grandi faglie lunghe dai 20 ai 40 chilometri, che sono collegate. Una di esse parte da Amatrice e finisce ad Arischia, poi ne parte un’altra che passa per monte Pettino, L’Aquila, Barisciano e Navelli. Questi sono due pezzi che si muovono insieme. Infatti, prima è arrivata la scossa forte all’Aquila, poi la seconda a Montereale, più debole però, perché aveva scaricato l’energia nel 1950». 

Cosa c’entra Sulmona? «Sulmona è una struttura indipendente che lavora sulla Maiella, come fronte avanzato. È una struttura carica perché dal 1706 non ha fatto registrare grossi terremoti. Già allora, e non è stato il primo caso, si è registrato un collegamento tra le due faglie. Un sisma interessò L’Aquila nel 1703. Tre anni dopo scaricò su Sulmona». 

Quindi, secondo lei, sarà inevitabile che arrivi un terremoto in un arco di tempo così ristretto?
«Scaricando lo stress sull’Aquila, piano piano lo sforzo si carica sulla struttura adiacente. In genere c’è uno sfasamento di qualche anno e dipende dal tempo di rilassamento della astenosfera, il cosiddetto visco elastico. Queste sono cose che studiano i fisici. Vi è la possibilità, e non stiamo lanciando un allarme, che in un lasso di tempo da uno a 10 anni possa verificarsi un sisma». A questo punto cosa si dovrebbe fare secondo lei? «Noi abbiamo la possibilità di intervenire sulla struttura, studiarla, caratterizzare la sorgente sismica - cioè dov’è la faglia - studiare i fenomeni precursori, usando per esempio i sensori di radon che possono studiare le deformazioni lente del suolo. Si possono studiare l’andamento della microsismicità e il rapporto Vp/Vs tra le velocità. Ci sono tanti fenomeni, insomma, e abbiamo tempo per prepararci e fare informazione sulla popolazione». 

In un momento così delicato non ritiene che sia stato inopportuno fare una previsione del genere in diretta alla radio? 
«C’è differenza tra informazione e terrorismo. Noi abbiamo molti mezzi tecnici per studiare una sorgente sismica. In Italia ce ne sono tante, centinaia, e non possiamo controllarle tutte, dobbiamo concentrare le energie sulle più probabili. Questa iniziativa dovrebbe essere presa dalla Provincia o dalla Regione. Domani i ricercatori del mondo saranno qui e poi fra tre mesi se ne andranno. Noi abbiamo bisogno, invece, di una struttura locale che studi il fenomeno. Dobbiamo usare questo terremoto per il futuro e poi perché queste informazioni possono essere utilizzate in maniera utile».

Lei parla di previsioni, può essere più chiaro sui tempi? «Noi potremmo essere in grado di fornire informazioni a medio e anche a breve termine. Significa giorni, settimane e preciso che non parliamo di sicurezza, ma di probabilità». Come dovrebbe comportarsi allora un residente nella Valle Peligna? «Le dico come mi sono comportato io, che vivo ad Arischia e quindi ho vissuto la terribile esperienza di domenica notte. Dopo le prime scosse e prima di quella terribile delle 3.50, ho preso il sacco a pelo, e insieme alla mia compagna, mi sono infilato in cantina. Avevo con me l’acqua e la luce artificiale. La cantina a doppia volta ha retto, ma la mia casa ha riportato danni. Dopo il sisma sono uscito, con le scarpe ai piedi, era buio. Sentivo le urla ed ero l’unico in grado di produrre luce. Durante uno sciame sismico è stupido andare a dormire senza pigiama e senza scarpe a portata di mano. Nelle case del centro storico, inoltre, in caso di un evento sismico, non si deve scappare subito fuori, altrimenti si rischia di essere colpiti da tegole e cornicioni. Prevenzione significa anche preparare un rifugio antisismico nella propria casa per resistere alla scossa e aspettare i soccorsi».
[fonte ilcentro - R.L.I.]

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