L'Ue attiva un osservatorio sulla bioeconomia


Per un più ampio uso delle risorse rinnovabili a sostegno di una crescita sostenibile

Un uso intelligente delle risorse biologiche e rinnovabili, provenienti dalla terra e dal mare, per uno sviluppo industriale ed energetico ecologicamente e socialmente sostenibile. Su questo si fonda la bioeconomia, teoria proposta dall’economista romeno Nicholas Georgescu-Roegen per un futuro in armonia con l'ambiente. La Commissione europea ha appena istituito un osservatorio per valutare i progressi e l'impatto dello sviluppo della bioeconomia nell'Ue, e monitorare le politiche comunitarie, nazionali e regionali, e gli sforzi in atto nel campo della ricerca e dell’innovazione in questo settore. Lo ha annunciato Máire Geoghegan-Quinn, commissaria per la Ricerca, l'innovazione e la scienza.

BIOECONOMIA PER L'EUROPA - «Da un anno», ha ricordato, «è stata avviata una strategia europea relativa alla bioeconomia». Il 13 febbraio 2012, infatti, l’Unione europea ha adottato un piano d’azione per indirizzare l’economia del continente verso un più ampio uso delle risorse rinnovabili a sostegno di una crescita sostenibile. Strategia che si fonda su tre pilastri fondamentali: investire in ricerca e innovazione per la formazione di competenze utili al settore; coordinare il più possibile le politiche nazionali e transnazionali attraverso la creazione di una piattaforma e di un osservatorio europeo sulla bioeconomia; favorire lo sviluppo dei mercati e della competitività del settore, per esempio attraverso la conversione dei flussi di rifiuti in prodotti, per una migliore efficienza produttiva e delle risorse.

RIFIUTI - Il solo smaltimento dei rifiuti alimentari, infatti, secondo quanto comunica la Commissione Ue, costa al contribuente europeo tra 55 e 90 euro a tonnellata da smaltire e produce 170 milioni di tonnellate di CO2. Rifiuti che rappresentano un’alternativa ai concimi chimici e che potrebbero essere trasformati in bioenergia o in altri bioprodotti, creando posti di lavoro e stimolando la crescita. «Stiamo cominciando a osservare che gli Stati membri colgono le opportunità offerte dalla transizione a un'economia post-petrolifera, che si fonda sull'uso intelligente delle risorse naturali», ha aggiunto la commissaria Geoghegan-Quinn.

IL VALORE - Al momento si stima che il valore della bioeconomia nel nostro continente ammonti a 2 mila miliardi di euro, generando 22 milioni di posti di lavoro in svariati settori: dall’agricoltura alla pesca, dalla produzione alimentare alla produzione di carta, dall’industria chimica a quella biotecnologica ed energetica. Secondo la Commissione europea - che sta valutando come incrementare la collaborazione tra pubblico e privato per accelerare lo sviluppo delle bioindustrie e ha destinato 4,7 miliardi di euro alla sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, ricerca marina e marittima e bioeconomia nell’ambito del programma Horizon 2020 - i finanziamenti diretti per la ricerca nel settore associati alla strategia sulla bioeconomia potrebbero generare, entro il 2025, circa 130 mila posti di lavoro e 45 miliardi di euro di valore aggiunto nei settori del comparto: 10 euro per ogni euro investito.

SFIDE GLOBALI - Con il previsto aumento della popolazione mondiale e il progressivo esaurimento delle risorse naturali, l’Europa considera prioritario investire in risorse biologiche rinnovabili, pilastro di un futuro all’insegna del green e della sostenibilità, di una crescita economica svincolata il più possibile dalle risorse fossili e meno impattante sull'ambiente. L’obiettivo della strategia europea sulla bioeconomia è creare dunque una società e un’economia «post-petrolio», a emissioni ridotte, conciliando l’esigenza di un’agricoltura e una pesca sostenibili e della sicurezza alimentare con l’uso intelligente delle risorse rinnovabili per fini industriali, tutelando allo stesso tempo la biodiversità e l’ambiente. «Un maggiore utilizzo di fonti rinnovabili non è più, infatti, solo una scelta ma una necessità», secondo la commissaria europea. «Con una bioeconomia pienamente in azione, possiamo usare la terra e le risorse idriche in modo più efficiente e sostenibile per soddisfare le esigenze sia di carburante sia di cibo. La bioeconomia, insomma, è in grado di trasformare i nostri rifiuti in risorse preziose».

BIOECONOMIA E ITALIA - «Anche l'Italia potrebbe trarre grossi vantaggi da maggiori investimenti in bioeconomia», sostiene Mauro Gamboni, ricercatore del dipartimento di scienze bioagroalimentari del Cnr. «La bioeconomia si fonda sull’utilizzo delle risorse biologiche non solo a fini alimentari». Residui vegetali e biomasse diventano infatti fonte di materia prima rinnovabile per allontanarsi da un’economia fondata sul petrolio. «Al Cnr per esempio», spiega Gamboni, «con il progetto Agricoltura sostenibile cerchiamo di affrontare in modo innovativo la grande questione dell’aumento della produzione, necessaria per soddisfare il bisogno di cibo di una popolazione in continua crescita, puntando al minor impatto ambientale e alla sostenibilità da un punto di vista economico e sociale, salvaguardando la qualità dei prodotti e la salute degli operatori agricoli e dei consumatori».

ONU - Del resto, secondo l’International Resource Panel del Programma ambiente delle Nazioni Unite, l'agricoltura e il consumo di cibo sono da considerarsi tra i fattori più importanti che generano forti pressioni sull’ambiente: in particolare per quanto riguarda le modificazioni degli habitat, i cambiamenti climatici, l'uso dell'acqua e le emissioni di sostanze pericolose. «Il 70% dei prelievi di acqua dolce sono infatti dovuti all’agricoltura, che deve affrontare la sfida di produrre più cibo per la popolazione che ben presto raggiungerà quota 9 miliardi. L’agricoltura sostenibile dunque non deve essere un semplice slogan, ma parte integrante di un nuovo paradigma per lo sviluppo, che trova il suo fondamento nella bioeconomia».

BIOPLASTICHE – Intanto, è stato appena presentato a Bruxelles il libro Bioplastics: A case study of Bioeconomy in Italy, a cura di Walter Ganapini (Edizioni Ambiente), che illustra l’impegno italiano per ridurre l’inquinamento ambientale attraverso la sostituzione dei sacchetti di plastica usa e getta con quelli certificati biodegradabili e compostabili, rilanciando così la tradizione industriale della chimica verde italiana orientata al futuro sostenibile. «Gli shopper certificati compostabili e biodegradabili», spiega l’ex presidente di Greenpeace e co-fondatore di Legambiente, «rappresentano l’alternativa ai sacchetti plastici tradizionali e ai finti bio, che hanno contribuito all’inquinamento marino e terrestre e procurano danni a biodiversità e salute umana. L’Italia è stato il primo Paese a metterli al bando con la legge introdotta il 1° gennaio 2011 che ha già prodotto importanti benefici ambientali. La chimica verde, utilizzando come materia prima rinnovabile, biomasse derivanti dall’agricoltura, ma senza competere con il settore food, produce materiali che, giunti al termine del loro ciclo d’uso, riportano sostanza organica e fertilità al suolo, senza inquinare. Inoltre offre opportunità occupazionali in aree di crisi: si pensi per esempio al centro petrolchimico sardo di Porto Torres convertito con successo in un grande polo per la produzione di bioplastiche».
[fonte c.d.s.]

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