Terremoto, Cialente rilancia: "Protesta aquilana a Roma"


Il sindaco insiste e torna ad accusare il governo Letta: "Se domani non arriva il decreto bisogna ripartire con la mobilitazione".

L’AQUILA. Pronti a tornare a Roma, davanti ai palazzi del potere, sventolando centinaia di bandiere neroverdi, «i colori dell’Aquila, della città ferita che non può e non vuole arrendersi».

A lanciare l’appello alla mobilitazione è stato ancora una volta il sindaco Massimo Cia lente, che di ingranare la retromarcia non vuole neppure sentir parlare. Non dopo «l’atto di inusuale violenza firmato dal prefetto Francesco Alecci», dice, e il no del consiglio comunale alla ricollocazione del tricolore negli uffici dell’ente e nelle scuole. Anzi, Cialente è tornato ieri a lanciare nuove pesanti bordate all’indirizzo del governo che «come suo primo atto politico ha deciso di dichiarare guerra all’Aquila». Parole pronunciate dal sindaco nel corso di una conferenza stampa convocata con l’assessore Pietro Di Ste fano per fare il punto sullo stato dell’arte della ricostruzione, o meglio «sul numero delle pratiche ferme da mesi per mancanza di fondi».

E proprio le casse della ricostruzione desolatamente vuote avevano spinto alcuni giorni fa il sindaco Cialente a ordinare la rimozione del tricolore e a riconsegnare la sua fascia al Quirinale. Una protesta eclatante, seguita dal decreto di diffida del prefetto «condito» dalle minacce di sfratto per il primo cittadino. Un decreto, per Cialente, «ispirato proprio dal governo, particolarmente irritato da questa protesta bollata come un pericoloso e pessimo precedente. Avremmo potuto impugnare quel decreto di Alecci, ma la risposta migliore è quella data dal consiglio comunale che ha respinto l’ordine del giorno con il quale alcuni consiglieri di opposizione chiedevano la ricollocazione delle bandiere al loro posto». Un voto che ha avuto, come primo effetto, la cancellazione della visita del viceministro Filippo Bubbico che ieri mattina avrebbe dovuto riunire intorno a un tavolo i protagonisti di questa querelle istituzionale.

Niente visita e il livello dello scontro destinato inevitabilmente ad alzarsi. «Il governo ha risposto alla nostra protesta con un atto politico: con quel decreto, firmato dal prefetto, volto a rimuovere il sindaco di una città diventata un fastidio per questo Paese e a sciogliere il consiglio comunale. È una dichiarazione di guerra pesantissima, diretta a me, al consiglio e alla città. Noi avremmo rimesso le bandiere al loro posto se il governo, oltre a garantire l’arrivo dei fondi Cipe, avesse l’altro giorno invitato il prefetto a ritirare quel provvedimento. Così non è stato ed è lecito pensare che possa essere stato proprio il governo a “suggerire” ad Alecci il da farsi. Ora sfidiamo il governo a sciogliere il consiglio comunale e a spiegare all’Italia e al mondo intero di aver usato con L’Aquila lo stesso trattamento riservato a chi è colluso con la mafia».
Quindi la questione dei fondi, «il carburante senza il quale i cantieri non potranno aprire». E su questo Cialente ha alzato ancora il tiro. «Il miliardo aggiuntivo per L’Aquila (fondi Cipe a parte) dovrà essere inserito nel decreto annunciato per domenica (domani per chi legge) che dovrebbe contenere le risorse per Imu e cassa integrazione. Questo sarà il banco di prova. Contatterò oggi stesso il premier Enrico Letta e il ministro Fabrizio Saccomanni e dirò loro che non si può perdere altro tempo. Se L’Aquila non sarà in questo decreto, allora dovremo essere pronti alla mobilitazione. Convocheremo un’assemblea cittadina a piazza Palazzo, rioccuperemo Palazzo Margherita, la nostra vecchia sede devastata dal terremoto, e organizzeremo da lì una grande manifestazione di protesta a Roma, dove questa volta non permetteremo a nessuno di alzare i manganelli sulle nostre teste. Con noi porteremo solo tante bandiere neroverdi».

Sulla stessa lunghezza d’onda l’assessore Di Stefano. «Rimuovere il sindaco e il consiglio non significa rimuovere il problema L’Aquila. Ci dissero che senza il piano di ricostruzione non avremmo avuto neppure un euro. Siamo stati tra i primi a consegnare il piano, ma i soldi non sono arrivati. Anzi, c’è quasi un miliardo di arretrato che riguarda le pratiche della periferia e delle aree a breve. 2700 i progetti pronti ma in attesa del contributo. Non è ancora arrivata neppure la prima tranche (250 milioni) prevista dalla delibera Cipe. Questo il quadro desolante in cui stiamo operando. Qui si rischia la rivolta popolare». «L’atto del prefetto», ha tuonato ancora Cialente, «è come un detonatore in un deposito di polvere da sparo. Temo che mi faranno pagare questa levata di scudi, ma io non torno indietro». Infine, l’invito agli altri sindaci del cratere a far sentire la loro voce, «perché sembra che il terremoto riguardi solo L’Aquila, mentre io sto lavorando per tutti». E l’accusa a Gian ni Chiodi di aver dato a Roma, «rimandando indietro mezzo miliardo, l’immagine di una città incapace persino di spendere le poche risorse arrivate».
[fonte ilcentro]

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