Come i social media stanno cambiando la reazione ai disastri

Dal terremoto  di Haiti all'uragano Sandy fino all'attentato di Boston, Facebook, Twitter e altri social media hanno dimostrato di poter fornire un valido supporto all'azione della protezione civile di fronte alle emergenze. Accanto ai benefici vi sono però anche potenziali rischi. Per questo è necessario ripensare le modalità d'intervento in caso di calamità.

Nel 2005, quando l'uragano Katrina devastò le coste statunitensi del Golfo del Messico, Facebook stava muovendo i primi passi, non c'era Twitter ad aggiornare in tempo reale le notizie, e l'iPhone era di là da venire. Lo scorso anno, quando l'uragano Sandy si è abbattuto sulla costa orientale degli Stati Uniti, i social media sono diventati parte integrante della risposta alla calamità, colmando il vuoto creatosi nelle zone in cui si era interrotto il servizio cellulare. E milioni di americani hanno usato strumenti come Twitter e Facebook per informarsi, cercare le persone care, avvisare le autorità ed esprimere solidarietà. Sono finiti i giorni della comunicazione a senso unico, dove solo le fonti ufficiali forniscono bollettini sui disastri.

Ora i ricercatori hanno cominciato a pubblicare i dati sull'uso dei social media nelle calamità, e legislatori ed esperti di sicurezza hanno iniziato a valutare in che modo sfruttarli al meglio nella gestione delle emergenze. "La convergenza di social network e telefonia mobile ha gettato dalla finestra il vecchio copione della risposta alle catastrofi", ha detto il 4 giugno scorso Michael Beckerman, presidente e amministratore delegato della Internet Association, alla sottocommissione sulle emergenze interne del Congresso degli Stati Uniti.

Il nuovo copione non vuole disfarsi del sistema governativo di comunicazione sulle emergenze. Piuttosto, intende integrarlo sulla base dei nuovi dati forniti da ricercatori, agenzie federali e organizzazioni non profit sull'esatta capacità di penetrazione dei social media in caso di disastri.

La scorsa settimana, nel Rapporto 2013 sulla protezione civile, la Federal Emergency Management Agency (FEMA) ha scritto che durante o subito dopo l'uragano Sandy, "gli utenti hanno inviato più di 20 milioni di post o e tweet' legati a Sandy, nonostante la caduta del servizio di telefonia cellulare durante il picco della tempesta”. Ascoltata dalla Sottocommissione, la più grande compagnia elettrica del New Jersey, la PSE & G, ha detto che durante Sandy ha sfruttato i feed di Twitter per indicare quotidianamente la localizzazione delle loro tende giganti e dei generatori. "A un certo punto, durante la tempesta, abbiamo inviato così tanti tweet per avvertire i clienti, da superare il [numero] di tweet consentiti al giorno", ha detto Jorge Cardenas, vicepresidente della gestione patrimoniale e dei servizi centralizzati di PSE & G.

Secondo il Pew Research Center, dopo l'attentato alla maratona di Boston un quarto degli americani si è rivolto a Facebook, Twitter e altri social network per avere notizie. I siti formano anche una parte fondamentale del circuito dell'informazione: quando il dipartimento di polizia di Boston ha pubblicato il suo ultimo tweet sulla caccia all'uomo,"CATTURATO!", più di 140.000 persone lo hanno retweettato. 

Ogni evento catastrofico scatena la sua complessa rete di rapidi scambi di informazioni. Questa è una buona cosa, dice Mark Keim, direttore scientifico associato presso l'Ufficio per le emergenze sanitarie ambientali dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), perché consente sia di migliorare la risposta alle calamità sia di permettere alle popolazioni colpite di prendere il controllo della loro situazione.

L'elaborazione di una strategia efficace per adattare i social media agli interventi in caso di disastri, però, è una parte cruciale della pianificazione delle emergenze, dice la sociologa Jeannette Sutton, dell'Università del Colorado a Colorado Springs, che studia la funzione dei social media nelle crisi e nelle calamità. Nel caso dell'attentato alla maratona di Boston, per esempio, non ha trovato su Twitter un hashtag coerente, cosa che può rendere difficile trovare le informazioni pertinenti. 

Come parte della preparazione alle catastrofi, dice la Sutton, sarebbe importante insegnare al pubblico come utilizzare i social media in modo efficace, come ottenere informazioni dal Web e anche come diffondere informazioni utili. "I tweet scorrono così velocemente che è come cercare di estrarre delle gocce, i bit di informazione rilevanti, dal flusso d'acqua di un idrante."

Nel frenetico rincorrersi di informazioni nei social media, ciascuna di esse può comportare dei rischi quando si naviga in situazioni di emergenza. Uno è la rapida diffusione della disinformazione, come è avvenuto dopo gli attentati di Boston con l'individuazione come possibile sospetto di un uomo scomparso. Anche se gli errori spesso vengono risolti grazie all'"effetto Wikipedia", in cui altri utenti intervengono a correggerli, Sutton osserva che le informazioni false possono facilmente diventare virali. Rumor Control, una pagina apposita gestita dalla FEMA, tenta di stroncare sul nascere la disinformazione, ma in generale non ci sono chiare linee su chi – e neppure se - abbia la responsabilità di gestire le informazioni potenzialmente utili sui social media.

Un altro rischio sono i truffatori che usano i social media per sottrarre fondi. Mentre la Croce Rossa americana ha dimostrato che le nuove tecnologie sono molto efficati per raccogliere fondi per l'assistenza umanitaria, raccogliendo più di 5 milioni di dollari di donazioni nelle 48 ore successive al terremoto di Haiti del 2010, l'FBI avverte che i social media possono anche essere una redditizia piattaforma per i truffatori che spuntano subito dopo una tragedia. Dopo la sparatoria in una scuola di Newtown, nel Connecticut, per esempio, l'FBI ha arrestato una donna che affermava di essere parente di una delle vittime, chiedendo su Facebook e altri media.

Il terremoto di Haiti è stato spesso indicato come il momento di svolta che ha cambiato il modo in cui  vengono utilizzati i social media in caso di disastri. Fino ad allora, i social media si stavano evolvendo in modo autonomo, ma le dimensioni e l'impatto emotivo di quella calamità ha creato l'ambiente giusto per una loro fioritura, dice Keim dei CDC. "Penso che quello che stiamo vedendo ora è solo l'inizio di un'epoca di cui è molto difficile prevedere quali saranno gli esiti di fronte alla prossima calamità", dice. "Sono eventi spontanei che al contempo soddisfano esigenze uniche, proprio come per le app sul vostro smartphone: non si può prevedere di quale di esse potreste aver bisogno o vorreste avere l'anno prossimo."
[fonte scientificamerican]

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