Dagli Usa alle Fiji, governi preoccupati per i cambiamenti climatici. A rischio le aree costiere

Se anche Barack Obama inserisce nel suo Piano per l’Ambiente la pianificazione di strutture a difesa delle popolazioni costiere, allora significa che le minacce per i cambiamenti climatici non preoccupano piu’ solo gli ambientalisti. E ad essere piu’ a rischio sono le regioni che si affacciano sulla costa, a causa dell’innalzamento del livello del mare e dei fenomeni meteorologici estremi. Sara’ dedicato a queste aree uno degli interventi che dovrebbero rientrare nel Piano che sara’ annunciato domani da Obama nel suo discorso alla Georgetown University, investire nella pianificazione di strutture che proteggano le citta’ costiere piu’ esposte. Ma il Presidente Usa non e’ il solo a correre ai ripari. Solo nello scorso novembre, la Banca mondiale ha lanciato l’allarme: ”un mondo con 4 gradi in piu’ provocherebbe una cascata di cambiamenti cataclismici, fra cui ondate di calore estremo, una diminuzione degli stock alimentari e un rialzo del livello del mare che colpirebbe centinaia di milioni di persone”. E in effetti, negli ultimi mesi si stanno accelerando le iniziative di governi come quello delle isole Kiribati, il cui presidente sta negoziando l’acquisto di terreni nelle Fiji per consentire la migrazione di 113mila abitanti del piccolo Stato minacciato dall’innalzamento delle acque dell’oceano. Ma non solo. Il Consiglio Australiano per i Rifugiati ha sollecitato il governo a riconoscere formalmente lo status di rifugiato climatico a tutti coloro che sono costretti a fuggire a causa degli effetti del ‘climate change’. E sempre verso l’Australia contano di emigrare i 350 mila abitanti delle Maldive minacciati dall’innalzamento dei livelli del mare.

LaSejf (Supranational Environmental Justice Foundation), ha inserito queste ‘isole sommerse dal cambiamento climatico’ tra i 12 hotspot dell’ecocidio, 12 casi esemplari di crimini contro l’ambiente che andrebbero giudicati come crimini contro l’umanita’ per l’impatto devastante su popolazioni e natura. In questo caso, difficile individuare i colpevoli “perche’ ognuno di noi, quando mette in moto la macchina o accende la luce, da’ un microscopico contributo alla crescita dell’effetto serra“, sottolinea la Sejf. Ma per quanto riguarda la minaccia climatica, propone, potrebbe valere il tema della responsabilita’ degli amministratori come garanti della salute pubblica. I sindaci sono giuridicamente responsabili dello smog che nelle citta’ supera i livelli di rischio accettabile. Secondo uno studio dell’Environmental Research Letters del British Institute of Physics, il ritmo con cui il livello del mare si sta alzando sarebbe del 60% piu’ veloce di quanto previsto nel 2007 dall’Ipcc che parlava di un aumento annuo di 2 millimetri l’anno. Soglia ampiamente superata, visto che lo studio indica un innalzamento di 3,2 milliemtri l’anno, confermato dalle misurazioni satellitari. Studio nuovo “ma dati vecchi e ormai acclarati – spiega all’Adnkronos Alessandro Gianni’, responsabile campagne di Greenpeace – I 70 centimetri di innalzamento previsti per la fine del secolo ce li possiamo scordare, in realta’ arriveremo a circa 2 metri e oltre. E non si tratta di un livello di assestamento, che dovrebbe invece arrivare nei decenni successivi con il raggiungimento di un innalzamento di 10 metri. Si tratta, naturalmente, di modelli, che tutti speriamo che non si verifichino, anche se finora le previsioni hanno sbagliato solo per eccesso di prudenza”. Un innalzamento che potrebbe avere effetti devastanti “per 600 milioni di persone che al 2050 si prevede che abiteranno le zone costiere del Pianeta, e per isole e arcipelaghi“, con conseguenze che vanno dalla perdita di terreni agricoli ai problemi a carico delle risorse idriche a causa del cuneo salino fino alla scomparsa di intere isole del Pacifico e una piu’ difficile gestione degli eventi meteorologici estremi. L’innalzamento dei livelli del mare “non e’ uguale dappertutto, ci sono aree in cui e’ maggiore rispetto alla media come nel caso della costa degli Stati Uniti attorno a New York, dove non e’ un caso se e’ successo cio’ che e’ successo con Sandy“, aggiunge Gianni’. E in Italia? Sono la Pianura Padana e la fascia costiera veneto-romagnola le aree piu’ a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare, con il Delta del Po che addirittura figura tra le prime 10 zone critiche a livello globale. Dal litorale romano alle citta’ costiere, anche qui i danni sarebbero notevoli, ma nella Pianura Padana e lungo la fascia costiera veneto-romagnola l’innalzamento del livello del mare si associa pericolosamente ad un altro fenomeno. “Tutto il nord Italia tende a inclinarsi e abbassarsi per motivi geologici – spiega Gianni’ – e si calcolano 3 centimetri l’anno di abbassamento relativo, quello che risulta dall’unione dei due fenomeni, con punte che raggiungono i 6 centimetri. Si tratta di una zona che gia’ con i vecchi dati, quelli piu’ prudenti, era considerata in precario equilibrio, e la situazione peggiora con la conferma di un ritmo piu’ veloce dell’innalzamento del lvello del mare“.
[fonte meteoweb]

Commenti

Post popolari in questo blog

E se vivessimo in un universo che è un’illusione?

24 novembre 2010 - [I cerchi nel grano indicano questa data]

MAPPA DEI VULCANI ATTIVI NEL MONDO