La 'ndrangheta lombarda è una metastasi favorita dall'omertà

Pubblicate le motivazioni della sentenza d'appello del processo 'Infinito' che ha portato alla condanna di 110 persone. "La 'ndrangheta si fa scudo della sua segretezza e della sua esteriore impermeabilità".

In Lombardia "è ben radicata e diffusa" quella che si può definire la '''ndrangheta padana", in parte autonoma dalla casa madre calabrese e che opera nella "diffusa omertà che porta le vittime a subire senza denunciare, a nascondere piuttosto che a rivelare". Lo scrivono i giudici della prima sezione della Corte d'appello di Milano nelle oltre 1.700 pagine di motivazioni della sentenza con cui lo scorso aprile hanno inflitto 110 condanne, confermando in sostanza la storica sentenza 'Infinito' di primo grado.

Il 23 aprile i giudici d'appello (collegio Polizzi-Bocelli-Caputo) col loro verdetto hanno confermato la storica sentenza - emessa nel novembre del 2011 con rito abbreviato dal gup milanese Roberto Arnaldi - che ha riconosciuto la presenza in Lombardia della 'ndrangheta e delle sue infiltrazioni nel tessuto sociale, politico ed economico del Nord Italia. Anche in secondo grado erano arrivate 110 condanne e fino a 15 anni e tre mesi di carcere (solo con qualche limatura al ribasso nelle pene) alla cupola  ai presunti boss e affiliati di quelle cosche smantellate con la maxi operazione, coordinata dalla Dda milanese, che nel luglio del 2010, al termine delle inchieste 'Infinito' e 'Tenacia', aveva portato in carcere oltre 170 persone.

Nelle 1.714 pagine di motivazioni, da poco depositate, i giudici descrivono, facendo leva sugli atti dell'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Alessandra Dolci e Paolo Storari, anche quella sorta di "crisi interna alla 'ndrangheta padana indotta dal confliggere di aspirazioni o esigenze autonomiste fra chi opera al Nord e i tradizionali riferimenti della terra adre, che da parte sua non rinunzia a un ruolo egemone". Tentativo di autonomia stroncato nel 2008 con l'omicidio di Carmelo Novella, che era a capo della "Lombardia", la struttura di vertice della 'ndrangheta al Nord.

I giudici nelle motivazioni scrivono a lungo anche di quel processo di "emancipazione e interazione tra le 'locali' (le cosche) di neoformazione in territori nordici", della "influenza della cosche in vari settori dell'attività economica" e poi dei "tentativi, anche riusciti, d'infiltrare le amministrazioni locali per ottenere vantaggi". A tutto questo si aggiunge "l'assoggettamento delle vittime" degli episodi di intimidazione "che s'asterranno dallo sporgere denunce". Paradossalmente, scrive la Corte d'appello, "la prova dell'esistenza del sodalizio mafioso affiora invece dalla sua stessa negazione, dalla diffusa omertà che porta le vittime a subire senza denunciare, a nascondere piuttosto che a rivelare".

Non c'è bisogno al Nord , secondo i giudici, che "cittadini o singole vittime sappiano distinguere fra 'locale' e 'locale'", perché "la 'ndrangheta si fa scudo della sua segretezza, della sua esteriore impermeabilità, nel contempo dimostrando in forma anonima la sua concretezza. Per i giudici la 'ndrangheta in Lombardia è ormai una vera e propria metastasi", una realtà "conclamata" e "capillare".
[fonte rep.ca]

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