La nuova scienza per prevedere le epidemie

Qualsiasi attività, anche la più banale, in teoria, può essere a l’origine di inedite emergenze sanitarie.

Siete al parco e state dando qualche briciola di pane a un piccione. Un comportamento innocuo, a prima vista. Invece magari state contribuendo alla comparsa di infezioni portate da virus e batteri. Perché i germi che l'inconsapevole volatile porta con sé, e che state aiutando a sopravvivere, potrebbero diventare capaci di fare ammalare l'uomo, dando l'avvio a un'epidemia. L'esempio è ovviamente un'iperbole, ma serve per spiegare che le malattie non sono semplicemente "là fuori": l'uomo, con i suoi comportamenti e la sua interazione con l'ambiente, modifica gli ecosistemi influenzando l'abbondanza, la diversità e la distribuzione delle specie animali e quindi dei germi che vi trovano le condizioni ideali per proliferare. Salvo poi fare il "salto di specie" e diventare pericolosi anche per noi, provocando epidemie più o meno circoscritte.

VIRUS - Gli esperti dell'EcoHealth Alliance statunitense, che raccoglie epidemiologi, medici, veterinari e biologi intenti a studiare questo nuovo settore della medicina chiamato "ecologia delle malattie", hanno spiegato di recente che tutte le patologie emergenti degli ultimi 30-40 anni sono da ritenere il risultato delle modifiche nella demografia mondiale e degli sconfinamenti dell'uomo in terre non abitate in precedenza. «Solo gli uomini primitivi, cacciatori e raccoglitori, non sapevano che cosa fossero le epidemie: quando sono comparse agricoltura e allevamento l'uomo ha iniziato ad aggregarsi nelle città e le malattie infettive hanno cambiato volto - spiega Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità -. Già nell'antica Mesopotamia 12 villaggi vicini nella zona fra il Tigri e l'Eufrate contavano in tutto oltre 500 mila abitanti, la soglia al di sopra della quale i germi responsabili delle malattie infettive si "sostengono" e non scompaiono dalla popolazione, diventando perciò in grado di dar luogo a focolai epidemici. Negli ultimi cento anni la popolazione umana è aumentata moltissimo: la ricerca di nuovi territori e la necessità di dare sostentamento a miliardi di persone hanno creato, in diverse aree del mondo, "incubatori" ideali perché i virus circolino, si riproducano e mutino velocemente».

I CONTAGI - «Accade nell'area del Guangdong cinese, ad esempio - specifica l’esperto - dove gli allevamenti intensivi di polli, anatre e maiali sono fianco a fianco con le abitazioni di migliaia di persone: è inevitabile che in luoghi simili aumenti la probabilità di mutazioni nei virus e quindi il rischio che compaiano ceppi virali pericolosi per l'uomo, a cui passano facilmente, vista la popolosità dei luoghi. È già successo e accadrà ancora». La catena di trasmissione delle epidemie è rodata: di solito il germe se ne sta in un animale selvatico, nel quale non provoca guai consistenti perché microrganismo e ospite si sono evoluti insieme. È il caso del Nepah virus dei pipistrelli della frutta del Sud-Est asiatico, che nel 1999 in Malesia ha causato un'epidemia con varie decine di morti: i semi della frutta mangiata da pipistrelli infetti sono finiti nel terreno degli allevamenti delle popolazioni che si erano spinte con i villaggi all'interno delle foreste, e così i semi "infettati" hanno contagiato prima i maiali e poi, tramite questi, l'uomo.

I CASI - Secondo l'EcoHealth Alliance le malattie emergenti sono quadruplicate nell'ultimo mezzo secolo proprio perché l'uomo ha intensificato lo sfruttamento della natura soprattutto nelle zone tropicali: uno studio condotto in Amazzonia, ad esempio, ha rivelato che per ogni aumento della deforestazione del 4% l'incidenza di malaria cresce del 50% perché le zanzare, nelle zone "liberate" dagli alberi, trovano il mix ideale di sole e acqua per proliferare. Qualcosa di analogo è accaduto sulla costa Est degli Usa con la malattia di Lyme, comparsa circa 40 anni fa e oggi in rapida diffusione: la riduzione e frammentazione delle foreste ha "estromesso" predatori come volpi, lupi e gufi lasciando campo libero ai topi dalle zampe bianche, che assieme ai cervi sono gli animali in cui il batterio di Lyme prospera. «Anche il rimboschimento può favorire certi tipi di fauna e l'aumento delle malattie portate dai loro parassiti - interviene Concetta Mirisola, direttrice dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (INMP) di Roma -. I fattori socioeconomici poi incidono moltissimo sulla comparsa di epidemie: i bagni nel Gange per motivi religiosi possono contagiare con microrganismi pericolosi una gran quantità di persone, la peste bubbonica scoppiata in Zaire nel '94 fu provocata dalla crisi economica e dalla guerra, per colpa delle quali derrate alimentari infette provenienti da zone rurali furono distribuite alla popolazione affamata».

VELOCI - «Pure le grandi opere umane possono dare l'avvio alle epidemie: la febbre della Rift Valley presente in Africa e nella penisola arabica deve la sua "origine" alla costruzione di una grossa diga nella valle del Rift che, a monte, ha incrementato i ristagni di acqua favorendo la proliferazione delle zanzare che ospitano il virus - aggiunge Rezza -. La penetrazione dell'uomo nelle foreste tropicali africane e il contatto con animali infetti ha portato all'emersione del virus HIV già negli anni '30 e alle febbri emorragiche come Ebola: in quest'ultimo caso sappiamo che cacciatori, contagiati mentre si trovavano in aree remote, hanno portato il virus nei piccoli presidi ospedalieri tropicali e questi, non essendo attrezzati a causa della povertà dei luoghi, non sono riusciti a bloccare efficacemente i focolai epidemici». Quello che spaventa è la facilità con cui le nuove epidemie sembrano diffondersi: se in passato un focolaio in Cina poteva restare un fatto isolato, oggi un virus può arrivare ovunque in poche ore. «Ne abbiamo avuto prova con la SARS, che dalla Cina è arrivata in Canada in 24 ore - ricorda Rezza -. L'estrema mobilità delle popolazioni e delle merci attraverso il trasporto aereo infatti rende le potenziali epidemie più veloci».

LE ARMI - Se a tutto questo si aggiungono il turismo nei luoghi più sperduti della Terra e il commercio illegale di flora e fauna tropicale, si comprende come oggi il mondo sia più piccolo e fragile rispetto al passato. «Dobbiamo però vedere anche i lati positivi: la modernità ha messo in pericolo gli ecosistemi e noi stessi, ma ci ha anche regalato strumenti per combattere le malattie infettive come vaccini e antibiotici - osserva Mirisola -. Nonostante la paura di epidemie che vengano a sconvolgere le nostre vite, in Occidente la mortalità oggi è legata soprattutto a patologie cronico-degenerative, come diabete, malattie cardiovascolari, tumori. Il vero dramma riguarda le aree dove si ha un doppio carico di malattie, come molte zone del Sudamerica e dell'Africa in cui il rischio di infezioni "liberate" dall'impatto dell'uomo sul l'ambiente è elevato, ma non c'è la disponibilità di cure e si soffre anche di patologie croniche, perché l'Occidente ha importato stili di vita scorretti e la povertà non consente l'accesso a cure e cibi sani». Luoghi come questi sono vere e proprie bombe a orologeria, incubatori ideali di nuove malattie che potrebbero prima o poi riguardare tutto il globo.
[fonte c.d.s.]

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