Memoria, declino cognitivo e Alzheimer: non c’è niente da fare, il cervello con l’età si restringe

Il cervello invecchia con noi, c’è poco da fare.
Certo, possiamo mantenerlo comunque in forma seguendo uno stile di vita sano, tenendolo allenato e prevenendo le malattie. Tuttavia, come suggerito da una ricerca, con il passare degli anni le regioni associate alla memoria si restringono. Processo che appare più evidente ed eclatante nelle persone che sviluppano una malattia neurodegenerativa come, per esempio, l’Alzheimer.

Lo studio, appena pubblicato sul Journal of Neuroscience, suggerisce che la riduzione del volume del cervello è collegata a un calo complessivo delle capacità cognitive e a un aumento del rischio genetico per la malattia di Alzheimer.

«I nostri risultati – spiega il dottor  Nathan Spreng, principale autore dello studio – identificano un modello specifico di cambiamenti strutturali nel cervello che possono fornire un possibile marker cerebrale per l’insorgenza della malattia di Alzheimer».

Lo studio, tra i primi a misurare i cambiamenti strutturali in una serie di regioni del cervello, ha preso in esame i dati cerebrali relativi a 848 soggetti adulti ricavati dal Open Access Series of Imaging Studies and the Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI).

Circa la metà del campione ADNI è stato non solo seguito, ma anche oggetto di ripetute analisi nell’arco di diversi anni, al fine di misurare i cambiamenti del cervello nel tempo e determinare chi mostrava una progressione nella demenza e chi no.

Come ci si aspettava, gli esami hanno mostrato che il volume del cervello nella rete predefinita (DMN o Default Mode Network), una serie di regioni associate con la memoria, diminuiva con l’invecchiamento dei soggetti. Questo sia nei partecipanti sani che in quelli non sani. Tuttavia, nei pazienti con la malattia di Alzheimer e in quelli con declino cognitivo che si è evoluto in una forma lieve di Alzheimer, il volume del cervello si è ridotto maggiormente.

La diminuzione del volume, o il restringimento del cervello in queste determinate regioni sono stati associati con un significativo calo nella capacità cognitiva e con la presenza di noti marcatori biologici della malattia di Alzheimer, oltre a essere portatori della variante APOE4 del gene APOE, che un noto fattore di rischio per l’Alzheimer.

«Mentre gli elementi della rete DMN sono stati precedentemente implicati in malattie dell’invecchiamento e neurodegenerative, pochi studi hanno esaminato gli ampi cambiamenti della rete durante l’intero corso della vita adulta con questi grandi campioni di partecipanti, comprendendo i dati, sia comportamentali che genetici. I nostri risultati forniscono la prova per un modello delle malattie neurodegenerative basato sulla rete DMN, in cui progressivi cambiamenti cerebrali si diffondo attraverso le reti delle regioni cerebrali connesse», conclude Spreng.
[fonte lastampa]

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