Terra più calda se cala l'ozono al Polo Sud

Una zona sopra il Pacifico è la più a rischio per la produzione di ozono per i gas emessi dagli aerei.

«Sfide eccezionali richiedono risposte eccezionali». Le parole del segretario generale delle Nazioni Unite rispecchiano l’orgoglio per uno dei trattati Onu di maggiore successo della storia: il Protocollo di Montreal del 1987 che ha messo al mando i Cfc, i gas killer dello strato di ozono. Il 16 settembre, dal 1995, si celebra la giornata mondiale di prevenzione contro l’assottigliamento dello strato di ozono, che ci protegge dai raggi ultravioletti nocivi di origine solare. Strato che, lentamente, sta recuperando il suo spessore.

L’EFFETTO SECONDARIO - Ora gli scienziati hanno scoperto che il Protocollo di Montreal non solo ha bloccato la distruzione dello strato di ozono, ma ha evitato una più ampia alterazione del regime globale delle precipitazioni. Alterazione già in atto a causa del riscaldamento globale che sta facendo diminuire le piogge nelle zone già aride (ampliandone l’estensione) e sommergendo di acqua quelle più umide. L’effetto «secondario» positivo della messa al bando dei Cfc (i clorofluorocarburi, gas utilizzati nell’industria della refrigerazione) è stato scoperto dagli studiosi del clima della Columbia University di New York che in estate hanno pubblicato una serie di articoli sull’ozono su Geophysical Research Letters. Quando venne firmato il Protocollo (finora sottoscritto da 197 nazioni), l’effetto serra provocato dai Cfc era poco noto, ora invece è stata appurata la loro potenzialità riscaldante: migliaia di volte superiore a quella della CO2. Tanto che nel 2007 uno studio dell’olandese Guus Velders stimò che se i Cfc non fossero stati dichiarati fuorilegge, entro il 2010 avrebbero determinato un incremento del riscaldamento globale paragonabile a quello provocato dall’emissione di 10 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, cioè pari a un terzo della CO2 emessa dalle attività umane nel 2011.

CFC - Gli scienziati del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia hanno realizzato una simulazione computerizzata di come sarebbe cambiato il clima nel prossimo decennio (2020-2029) se le emissioni di Cfc fossero continuate inalterate. I deserti subtropicali sarebbero diventati più aridi e più estesi, coinvolgendo, tra l’altro, anche le regioni mediterranee, mentre le aree umide ai tropici e alle medio-alte latitudini avrebbero visto incrementare le precipitazioni. Insomma, sarebbe avvenuto con decenni di anticipo quello che i più moderati climatologi prevedono entro il 2050 considerando gli attuali trend di emissione di gas serra e l’andamento del riscaldamento globale. I Cfc sono stati sostituiti - a costi ben minori di quelli paventati nel 1987 dalle industrie che li producevano e utilizzavano - con gli Hfc (idrofluorocarburi). Questi non distruggono lo strato di ozono, ma si è scoperto che possiedono un altrettanto alto potenziale effetto serra. Per cui si sono già raggiunti accordi internazionali (per esempio tra Usa e Cina) per metterli al bando quanto prima.

EFFETTO DI RISCALDAMENTO - Il buco dell’ozono, oltre a far diminuire la protezione della Terra dagli ultravioletti, riscalda leggermente il pianeta, spiega un altro studio guidato da Kevin Grise sempre della Columbia University. Non si tratta di un effetto diretto sulle temperature, ma di un’azione indiretta il cui meccanismo non è stato ancora compreso del tutto. L’assottigliamento dello strato di ozono sopra l’Antartide nel corso della primavera australe ha una conseguenza sul regime dei venti nell’emisfero meridionale. In particolare, per un motivo che non è ancora stato spiegato, nell’estate australe la corrente a getto circumpolare si sposta più a sud a latitudini maggiori, trascinando a meridione anche la copertura nuvolosa. Le nuvole fanno da schermo ai raggi solari, e di fatto raffreddano il clima. Ma lo spostamento apre maggiori spazi in direzione dell’equatore di zone senza copertura nuvolosa, aree che quindi ricevono una quantità maggiore di radiazione solare facendo aumentare il riscaldamento, che risulta più intenso proprio per il fatto che questo schema avviene d’estate. In sé, l’assottigliamento dello strato di ozono provoca invece una diminuzione di energia solare che giunge al suolo e quindi produce un effetto di raffreddamento sul clima. Nel 2007 l’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) ha stimato che grazie all’assottigliamento dello strato di ozono l’energia che raggiunge la superficie diminuisce di 0,05 watt\m². Grise e la sua squadra hanno calcolato in 0,20 W\m² l’aumento dell’energia che arriva al suolo a causa dello spostamento più a sud delle nuvole che seguono la corrente a getto. Quindi in totale il buco dell’ozono provoca un incremento dell’energia al suolo di 0,15 W\m², poca cosa (meno dello 0,1%) rispetto alla media globale dell’energia che arriva sulla Terra, pari a 175 W\m² in base a una stima del Solar Institute della George Washington University, ma comunque rilevabile e da considerare nei modelli di riscaldamento climatico generale, e in particolare in quelli estivi dell’emisfero sud. La buona notizia è che, lentamente, il buco dell’ozono si sta riducendo, quindi anche questo effetto riscaldante un po’ alla volta andrà a scomparire. La cattiva notizia è che anche i gas serra sono in grado di spostare verso sud la corrente a getto circumantartica. Quindi l’effetto potrebbe essere permanente o addirittura aumentare con l’incremento delle emissioni di gas serra. Lo stesso Grise ammette però che le interazioni del sistema sono molte e difficili da studiare e sono necessarie analisi più approfondite.

OZONO E VOLI AEREI - Ma c’è un terzo recente studio che riguarda l’ozono, anche se non direttamente il buco sopra l’Antartide, e in particolare l’aspetto negativo dell’ozono - che fa bene quando ci protegge dagli ultravioletti, ma fa male se lo respiriamo. Il 5 settembre su Environmental Research Lettersricercatori del Mit di Boston guidati da Steven Barrett hanno pubblicato la scoperta dell’area più sensibile del mondo ai gas emessi dagli aerei (in particolare ossidi di azoto, NOx) che tramite varie reazioni chimiche portano alla creazione dell’ozono atmosferico. Si trova sopra il Pacifico a circa mille chilometri a est delle isole Salomone. In pratica i voli da e per l’Australia e la Nuova Zelanda sono quelli che producono più ozono: 1 kg di emissioni degli aerei in questa regione danno origine a 15 kg in più di ozono all’anno. Il dato è cinque volte più alto rispetto all’Europa e 3,7 volte maggiore del Nord America. I ricercatori hanno analizzato 83 mila voli e hanno trovato che le dieci rotte che producono più ozono sono quelle che portano o partono da Australia e Nuova Zelanda. La rotta che produce più ozono è la Sydney-Mumbay: 25,3 tonnellate per volo. La produzione di ozono dei voli aerei non è costante, ma risente delle stagioni. I voli in ottobre producono il 40% in più di ozono rispetto a quelli in aprile.
[fonte c.d.s.]

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