La “morte nera” del '300 diffusa dagli uomini. La scienza assolve i ratti

Dal 2010 al 2015 hanno contratto la malattia infettiva 3.248 persone, 584 sono morte.
Roditori assolti. Per anni sono stati accusati di aver acceso la miccia di una serie di epidemie di peste che dal Trecento hanno colpito più volte il Centro Europa. Ora però uno studio condotto da ricercatori dell'Università di Oslo e di Ferrara sono convinti di poter assolvere i 'soliti sospetti'. In effetti, all'origine delle virulente epidemie medievali di peste - inclusa la più celebre 'morte nera' che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352, uccidendo almeno un terzo della popolazione - ci furono minuscoli parassiti dell'uomo: "Pulci e pidocchi corporali, non i ratti". A spiegarlo è Barbara Bramanti, ricercatrice dell'University of Oslo e professore associato all'Università di Ferrara.

Un progetto europeo per ricostruire le antiche epidemie
"Lo studio, pubblicato su Pnas - racconta la scienziata, raggiunta telefonicamente a Oslo - fa parte di un progetto europeo (Med Plague) per ricostruire le rotte e le cause delle antiche epidemie, finanziato per 5 anni e di cui sono principal investigator. Questo lavoro è stato concepito ad Oslo con il team di Nils Stenseth del Centre for Ecological and Evolutionary Synthesis". E proprio a Oslo Bramanti ha lavorato per anni, prima di essere richiamata nel 2015 in Italia dall'Università di Ferrara.

Ratti per decenni accusati ingiustamente
"Esistono tre forme di peste: bubbonica, polmonare e setticemica - ricorda -. La polmonare era l'unica per cui si considerava la trasmissione da uomo ad uomo, attraverso le goccioline di aerosol emesse respirando. Per le altre forme si è sempre pensato che il vettore fossero le pulci degli animali. In seguito alla terza pandemia di peste, che ebbe origine in Cina nel 1855, è stata infatti notata una violenta moria di ratti pre-epidemia. Dunque si è pensato che le pulci dei ratti, non trovando nuovi ospiti, saltassero sulle persone infettandole. Questo era il meccanismo considerato in generale all'origine anche delle pesti antiche. Ma c'è un problema: nei resoconti d'epoca non si parla di morie di ratti". Un fenomeno che era impossibile sfuggisse a storici e scrittori.

Big data e tecnologie per simulare le epidemie del passato
Per saperne di più, il team ha pensato di fare un tuffo nel passato, con l'aiuto di Big data e tecnologie. I ricercatori hanno dunque messo a punto un modello in grado di simulare le epidemie di peste. "Poi abbiamo messo alla prova il modello con alcune epidemie più recenti, la cui origine era nota, constatando che rispondeva perfettamente. A quel punto - racconta Bramanti - siamo passati ad inserire i dati relativi a epidemie del passato". Il team ha simulato le epidemie che hanno coinvolto nove città europee, creando per ciascuna tre modelli in cui la malattia veniva diffusa da: ratti, goccioline di aria respirata e infine pidocchi corporali e pulci che vivono sugli esseri umani e sui loro vestiti. In sette delle nove città studiate - e anche nel caso della 'morte nera' del Trecento - il modello che ha come protagonisti i parassiti umani "funzionava meglio per spiegare l'andamento dell'epidemia", spiega la ricercatrice.

Trasmissione della peste fu mediata dai parassiti umani
Insomma, nel passato la trasmissione della peste fu mediata dai parassiti umani, "e questo spiega anche perché Boccaccio non accenna alla moria di ratti" nel Decameron o in altri suoi scritti. E se Stenseth sottolinea l'interesse storico della ricerca, questo studio ha riflessi anche per virologi ed epidemiologi moderni: "Comprendere meglio cosa accadde durante un'antica epidemia è un buon modo per ridurre la mortalità in futuro", spiega l'esperto alla Bbc online. Anche perché la peste non è una malattia scomparsa. L'Organizzazione mondiale della sanità segnala che la malattia ha contagiato 3.248 persone dal 2010 al 2015, uccidendone 584. "Il nostro lavoro suggerisce che per prevenirne la futura diffusione l'igiene è molto importante, a livello personale ma anche a livello di pulizia dei luoghi di vita e delle città", conclude Bramanti.
(fonte tiscali)

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