VALE LA PENA STARE SU FACEBOOK?

“Quando un social raggiunge 1-2 miliardi di persone, i tuoi rapporti con la società cambiano letteralmente. Probabilmente interferiscono sulla produttività e Dio solo sa cosa sta facendo ai cervelli dei nostri figli.” 

Non sono le parole di un comune mortale, ma di Sean Parker, il co-fondatore di Facebook.

In una recente intervista ad Axios, Parker si è definito un “obiettore di coscienza”, prendendosi tutte le responsabilità delle conseguenze dell’avvento dei social media nell’umanità. 

“L’ansia è un grande problema e i sondaggi hanno mostrato che è maggiormente presente tra i giovani liceali. Bisogna interrogarsi sui ragionamenti dietro la creazione di queste applicazioni, a partire da Facebook. Si tratta di ‘come faccio a consumare il tuo tempo e la tua concreta attenzione il più possibile?’ – spiega Parker – il che significa che bisogna dare un po’ di dopamina di tanto in tanto, perché qualcuno ha messo Like, o ha commentato la nostra foto, o qualsiasi cosa abbiamo postato. Questo ti porterà a contribuire con più contenuti che ti porteranno altri like e commenti. È un loop di feedback di convalide sociali. È quello a cui arriverebbe un hacker come me, perché stai sfruttando la vulnerabilità nella psicologia umana.”

Facebook, da un lato, ha anche contribuito nel campo della pubblicità e degli investimenti, sviluppando nelle aziende figure professionali come quella del social media marketer e di tutti coloro che lavorano online. Lo stesso discorso vale per le iniziative di beneficenza, per la piccola impresa, o per il locale che vuole rendere i clienti partecipi ai suoi eventi. D’altro canto, la pubblicità non si limita agli obiettivi dell’azienda, ma anche (e soprattutto) all’auto-celebrazione del singolo individuo. In un modo o nell’altro, seppur inconsapevolmente, l’utente che posta sta cercando di ricordarci della sua esistenza, di ottenere visibilità pubblicando a piccole dosi dettagli sulla sua vita privata. Attraverso selfie, foto di gruppo con gli amici, foto del piatto che stiamo mangiando, critiche politiche e denunce sociali o la qualsiasi cosa pensiamo di scrivere, l’utente Facebook cerca approvazione. Cerca di convincere (e di convincersi) che tutto nella sua vita è reale, quanto lo sono le persone che sta frequentando, che nulla nella sua vita sia costruito né artefatto. Commenti e like fungono da interscambio, dare per ricevere.

Tante altre volte, capita invece l’utente preso dalla voglia sopraffare, di scagliare frecce nel vuoto e dare adito a dibattiti accesi, polemici e spesso e inconcludenti. Il classico leone da tastiera che non prova gusto, se non quello di spianarsi la strada per il tuttologismo. Ma anche nel più innocuo dei casi, viene comunque a mancare quella voglia di condividere con l’altro, di raccontare in intimità, o semplicemente di tenersi i fatti propri per sé. È diventato il primo modo per controllare una persona, per spiarla e studiarla, ma non è detto all’oggetto di studio dispiaccia. Anche Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook ha espresso la sua opinione: – “Mi sento tremendamente in colpa. Credo che in fondo in fondo, nelle nostre menti sapessimo che sarebbe potuto accadere qualcosa brutto.  – e continua – Questo feedback di dopamina a breve termine sta distruggendo il modo in cui funziona la società. Nessun discorso civile, nessuna cooperazione, disinformazione, mancanza di verità… È un problema globale e io non ho una buona soluzione se non quella di non di utilizzare questi strumenti.”

Ma anche personaggi illustri come lo stesso creatore Mark Zuckerberg fanno un uso limitato dei social network e della tecnologia, o anche Bill Gates che ha rivelato di vietare ai suoi figli di fare un uso eccessivo del computer. E forse, anche per la gente comune è arrivato il momento di rifletterci un po’ su.
(fonte accentonews)

PS - RLI si e`liberato di facebook (per sempre) dal 3 Gennaio 2018.

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